|
" Quando arriva la fine del mondo, bisogna migrare dal mondo, non tenervi attaccato il proprio cuore...Quanto più prossima si fa la fine del mondo, tanto più s'accrescono gli errori, l'ingiustizia, la superstizione..." La condotta degli unni nei riguardi dei villaggi e città del mondo romano-cristiano ha qualcosa di definitivo. Essi non vi penetrano per restarci comodamente, non comprano case per abitarvi, non erigono una signoria nel senso sino allora usuale: sono esecutori puri e semplici. E poiché non fanno differenze tra buoni e cattivi, alti e bassi, vecchi e giovani, appaiono come un castigo, tanto che si finirà per chiamare " flagello di Dio " il loro più celebre re, Attila, che la coscienza generale indica così come strumento dell'Onnipotente. Ciò che un tempo era il diluvio universale, ora divenne il diluvio delle genti, con le schiere di cavalieri unni a centro motore, e le vittime pensarono che tanto sterminio del genere umano fosse la punizione per i troppi peccati. Peccati dei romani pagani, fin troppo noti dopo quattrocento anni di età imperiale, ma anche peccati dei convertiti, non ancora disposti a dar tutto per il nuovo Dio perché i corpi pagani, nella loro indolenza sensuale, rendevano un ideale difficimente raggiungibile la grande decisione: la vita monda di peccato. Gli angeli vendicatori in groppa ai piccoli cavalli, con arco e fionda, avevano tutto l'aspetto di esseri di un altro mondo, un mondo infernale. |