S. Benedetto Giuseppe Labre

VITA

DI

S. BENEDETTO GIUSEPPE LABRE

PARTE TERZA



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PARTE TERZA

Delle virtù eroiche di Benedetto praticate specialmente
negli anni che visse in Roma sino alla morte





INTRODUZIONE

Quanto finora si è narrato nella prima e seconda parte di quest'opera, è stato una tessitura continua di eroiche virtù bastanti a formare un'idea sublime della santità di Benedetto. Ciò non ostante non essendosi ivi narrato se non ciò che portava il corso dell'istoria, esporronne in questa terza parte gli avanzi ed in ispecie ciò che praticò di virtuoso e di eroico in Roma negli anni, che gli rimaser di vita. Fermò egli la sua permanenza in questa città nell'anno 1776, d'onde più non partì se non solo per portarsi ogni anno al santuario suo diletto. alla santa casa di Loreto. Non pare senza disegno speciale di Dio Signore, l'ispirazione di fermarsi in Roma capitale del mondo, dopo d'averlo mostrato in varie città e Regni nei tanti suoi pellegrinaggi. Non volle già il Signore tener celato sotto il moggio d'un deserto, o d'un chiostro, questo lume splendente per le sue eroiche virtu: volle anzi metterlo in vista d'un mondo intero: Super candelabrum ut luceat omnibus; onde allo splendore dei suoi esempi virtuosi altri si arrossissero di loro freddezza, altri s'incoraggissero ad imitarlo se non in tutto, (che non vi è chi possa poggiare tant'alto senza la grazia specialissima, onde fu favorito Benedetto) almeno in parte, a proporzione del suo stato.
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CAP. I.

Dell'estrema sua povertà, e penitenza
singolare. Negli abiti.

  La povertà di Benedetto fu tutta di propria elezione, potendo in sua casa goder degli agi, che il comodo stato di quella somministrato gli avrebbe, e tanto maggiormente, ch'egli era il primogenito. Che però la sua povertà non va disgiunta dalla penitenza: ogni atto di quella era un atto insieme di questa. Io non ho trovato nel grosso volume dei suoi processi da me letto, riletto ed epilogato, attestazione veruna di confessori o d'altri, che Benedetto avesse fatto voto di povertà, castità, ubbidienza, proprio dei religiosi. Ciò non ostante la delicatezza ed il rigore sommo, onde egli praticò tali virtù, mostrano chiaramente che non potean portarsi a grado più sublime.
Se non obbligossi con voto fu forse o perché Dio non glie l'ispirò, essendo varie le vie del Signore, o perché impegnato a dar sempre a Dio gloria e piacer maggiore, credette forse dargliela maggiore, operando per puro amore, senza catena obbligante, come hanno pur voluto per i suoi allievi un s. Filippo Neri ed una santa Francesca Romana; non volendoli obbligati con voto, quasi dicendo loro ciò che disse il patriarca d'Antiochia s. Milezio a san Simone Stilita, quando ordinò che gli fosse sciolta la catena di ferro ond'erasi strettamente avvinto sulla sua colonna: Non te fraenet catena ferri, sed catena amoris. Amanti Deam satis est pro vinculo amor. Che che sia di ciò vedrete chiaramente che la povertà rigorosa dei chiostri più osservanti non arriva a quella che praticò Benedetto di suo volere.
 I religiosi dei chiostri più osservanti e stretti, per quanto sian poveri, hanno una piccola cella dove abitare, hanno qualche pagliaccio o tavola o stuoia su cui dormire, non manca loro una ruvida lana indosso, v'è chi pensa a provvederli senza lor disagio di qualche vivanda da nutrirsi, son provveduti di qualche ciotoletta sia di creta o di legno per bere. Nessuna di queste cose ebbe Benedetto: onde si avvera che lo stato a cui Dio chiamollo, fu d'una vita la più austera d'ogni altra nel cuor del mondo: e come fedelmente fu deposto nei processi da quei, che osservarono attentamente il sistema di sua vita le mortificazioni, le austerità, le penitenze, la povertà furon tali, che superò di gran lunga tutti quelli, che segregati dal mondo, vivono nelle più rigide, ed austere religioni. Io narrerò cose, che sembrano avere dell'incredibile o per lo meno dell'iperbolico: ma le narrerò con tutta sicurezza, perché come scrittore contemporaneo potrei esserne, quando non fosser vere, smentito con mio rossore da persone ancor viventi, che conobbero il servo di Dio, il videro ed il trattarono: e sarebbero ancora smentiti meco, anzi trattati da spergiuri moltissimi degni d'ogni fede che l'han deposte e confermate ancor con giuramento nei processi. 
Gli abiti, il vitto, l'abitazione, il letto di questo servo di Dio, tutto spirava una povertà estrema, singolare. Per ora parlerò solo degli abiti. 
Gli abiti eran come veri cenci bastanti solo a coprire la nudità del corpo, per salvar la decenza e modestia, di cui era fuor di modo geloso: niente però a difenderlo dal rigore del freddo: le scarpe non avean che l'apparenza, nel resto eran così logore, aperte in varie parti e consunte, che entravan l'acque e i fanghi a molestarlo. Le calzette non solo lacere, ma corte in modo che appena coprivano poco più della metà della gamba, i calzoni rotti in più parti. 
Il ferraiuolo colle maniche di color cenerino, che copriva il suo corpo, massime negli ultimi anni di sua vita, era tanto sdrucito, che pendevangli da varie parti dei pezzi, era legato ai fianchi con una corda, e questa istessa annodata in più pezzi sembrava come un cappottaccio vile, consumato dalla vecchiezza e per giunta divenuto in più parti ricovero d'innumerabili insetti. 
Sordidissimo quello straccio di camicia che portava, sempre scoperto il capo, incolti i capelli, non mai rasa la barba. Tal fornimento di abiti pure non sempre l'adoperava del tutto: molti attestano averlo veduto per le vie or senza calzette, or con portarle attaccate alla cinta per esser posto in derisione, come lo era di fatti dai facchini e dai ragazzi, ed or senza scarpe. La qualità singolare di questi suoi abiti cenciosi il distingueva dalla turba dei molti poveri coperti non peggio che lui: sicché per dirlo un vivo ritratto dell'estrema povertà, bastava solo mirarlo. 
Non ci fu poi variazion di stagioni che variar gli facesse il suo vestire o per poco intermetterlo: sempre l'istesso nell'estate più ardente e nell'inverno più rigido sì di giorno, che di notte: in somma dacchè conobbe lo stato di vita austerissimo, in cui Iddio il volle, sino agli ultimi respiri della sua vita sempre fu in quello costantissimo, trattane qualche rara volta in cui o venisse costretto dall'ubbidienza a deporre qualche abito di questi, o fosse importunato dall'altrui carità. 
Non picciol patimento dovea certo essere questo al Servo di Dio, se ben riflettasi, nato com'egli era ed allevato comodamente. E pur questo è poco al paragon d'un altro, che soffrì di continuo in ogni tempo e in ogni luogo. Era questo un assedio di schifosi innumerevoli animaletti, che dai medici si dicono insetti pedicolari. La sozzura degli abiti e delle tele mai non cambiate né imbiancate sul corpo umano, sposata dirò così, col sucidume naturale dell'umana putrefattibile carne, suol produrre questi molestissimi insetti, tanto più molesti, quanto più attaccaticci e penetranti. Pochi, che per qualche accidente vengano ad assalir voi, qual tormento vi recano? Forse sarete giunto talora a rompere nelle conversazioni le leggi della civiltà e quelle ancora della modestia per liberarvene, e faccia Dio, che non abbiate ancor dato in impazienze rabbiose. 
Or'ecco il maggior patimento, la penitenza più sensibile di Benedetto. Portando egli sempre indosso le stesse miserabilissime sucide vesti, e curandosi tanto del proprio corpo, quanto d'un marciume; fu sempre assediato da eserciti innummerabili di questi insetti, e non curando mai di liberarsene, dié gran campo alla loro fecondità, di moltiplicarsi e di stringersi più tenacemente alla vita: ond'era, che quasi vittoriosi si facean vedere su le di lui carni in grande numero aggruppati e passeggiando come trionfanti su la sua persona. Un Sacerdote ben degno, che comunicavalo spesso di sua mano dentro la Cappella Borghesiana nella Basilica di Santa Maria Maggiore, attesta che mirandolo all'altare per ricevere il Sagramentato Signore, da una parte gli sembravano indecenti quegli abiti cenciosi e quelle schifezze, che gli vedeva indosso: ma dall'altra era tale la divozione, il fervore, la compostezza, onde ricevealo, che credea supplita con questo bastantemente quella che all'occhio umano sembra indecenza, ma non già tale agli occhi del Signore, che penetrando a dentro il cuore, ne vede la purezza, e se ne compiace. 
La quantità di questi insetti si scoprì più chiaramente dopo la sua morte: poiché sei persone, ch'ebber l'ordine di ripulire gli abiti suoi cenciosi, chiesti a gara per reliquie, attesa la gran fama della sua santità sparsa subito per tutta Roma, attestano, che non v'era parte di essi per piccola che fosse, in cui non si trovasse annidata una quantità prodigiosa di tali insetti e di lendini, cosicché cacciati per via di scopette negli schifi, vennero questi più volte riempiti; e di là buttati nel fuoco. Fin li bucolini dei granelletti della corona incatenata, che portava appesa al collo, n'eran pieni. Non ebbe a costar loro poco un tal ripulimento. dovendo superare la grande ripugnanza della natura per lo stomachevole impiego, come attestarono le persone medesime a tal'uopo destinate. 
E pure Benedetto in un assedio così tormentoso, continuo, importuno, non fu veduto mai far qualche moto colle mani, e col corpo per liberarsene, o trovar qualche sollievo: stava, qual cadavere, lasciandosi mangiar vivo e soffrendo questo nuovo genere di martirio, immobile per giorni intieri nelle chiese. Che se qualche rara volta fu veduto far moto colla mano, non fu già per sollievo, fu per tormento maggiore, rimettendo dentro il collo alcuni di questi insetti, che passeggiar vedea sopra le maniche. 
In quanto poi si attiene ad altre penitenze corporali, non trovo nei processi attestazione veruna; cercando egli sempre nascondere agli altrui occhi qualunque sia virtuosa azione. Solo in Moulin, ove portossi uscito che fu dal convento di Sette Fonti, albergato in una casa, fu inteso battersi in sua camera con disciplina di corde, aventi all'estremità chiodetti di ferro. Furono ancor trovati nel suo fagotto alcuni strumenti di penitenza: ma come, quando e dove l'adoperasse, non si sa. Ciò non ostante, qual penitenza più molesta nel soffrire giorno e notte i morsi rabbiosi di tali animaletti, che delle di lui carni pascolavansi di continuo, come in un campo di lor pacifica possessione, non cacciati da alcuno? Non molestati neppur dalla sua mano? 
Di patimento ancor maggiore dovea riuscirgli il vedersi da molti abborrito e scansato, anzi ancora cacciato via, per cagion di tali insetti. Qualora entravano alcuni nella Chiesa di santa Maria dei Monti, da lui più frequentata negli ultimi anni, si davan l'uno l'altro l'avviso di evitare quel tal sito, perché v'era stato, diceano, il poverello poco prima. Le donne di genio più delicato spiccavano particolarmente in tale orrore. Una pia donna dovendo comunicarsi una mattina alla balaustra di detta chiesa erasi posta, forse senza avvedersene, poco lontana dal sito dove Benedetto orava riverente. Ecco un'altra sua amica ad avvertirla subito con voce sensibilissima: ma che fate? Vi mettete accanto a quel poverello, ch'è pieno di pidocchi. Rincrebbe molto alla pia donna veder così pubblicamente mortificato il Servo di Dio: ma non men essa che li circostanti restaron molto edificati di Benedetto. Egli senza dir parola, sereno, divoto, umile, lasciò tosto quel sito e andonne altrove. In riguardo alle sue penitenti, un confessore cacciò colle brusche Benedetto dalla sua chiesa, non volendole attaccate da tali insetti. Il Servo di Dio, senza far motto, con volto placido ubbidì prontamente, e partì; nè più comparve in quella chiesa, se non dopo qualche anno, quando riseppe esser partito per Napoli quel confessore. Per l'istesso riguardo fu cacciato, ma con discretezza e carità da un altro confessore. Dopo d' essersi confessato, il pregò che si degnasse udirlo altre volte, se pur si contentasse. Volentieri, gli rispose, purchè però vi spidocchiate bene, in riguardo alle persone di qualche rango, che frequentano il mio confessionale. Ma questa per me, replicò Benedetto pien d'umiltà e modestia, sarà cosa difficile; e non si appressò più a quel confessionale. 
Non iscoprì egli punto il motivo di tal difficoltà: né il confessore ne lo richiese. Io non dubito però d'indovinarlo; poiché impegnato di corrispondere sempre alle ispirazioni di Dio intorno al tenor di vita austerissimo, perder non volea l'opportunità, che glie ne presentavano co' loro tenacissimi rabbiosi morsi quegli animaletti. Avrebbe egli agevolmente potuto scioglier l'assedio e liberarsene affatto; non gli mancavan dei mezzi pronti e delle offerte amorevoli; ma era egli assai più bramoso di tenerseli cari, che non fosse un delicato a liberarsene; in ogni circostanza cercava maniere non solo di patire, ma di scegliere il più penoso nel patire; e mentre il corpo affligevasi, godeva sommamente il suo spirito. 
Questo interior godimento gli traluceva nel volto non mai perturbato, non mesto, non afflitto, ma sempre ilare e sereno sino all'ultimo giorno di sua vita. Egli stesso o compatito da alcuni, o interrogato diceva sinceramente: Esser contentissimo dello stato, in cui si trovava. Né potea esser di meno: Dio è il fonte d'ogni contentezza, e felicità: chi sta con Dio ed in Dio sta immerso in tal fonte; ancorché non abbia alcun bene terreno, vive felice. Chi è fuor di Dio, vive infelicissimo ancorché abbia l'abbondanza dei beni temporali. Benedetto era sempre unito a Dio. Potete ancor voi, lettore, goder vita felice se state con Dio, anche tra miserie, e tra guai. Vivrete infelice se col peccato vi scosterete da Dio, benché abbondiate di ricchezze, d'agi, di onori: Esse cum Jesu, dulcis est Paradisus; esse sine Jesu, gravis est infernus: così scrisse il Kempis nell'aureo suo libretto dell'Imitazion di Cristo; e lo provò di fatti il nostro Benedetto, ch'ebbe sempre in uso di leggere e praticare i sentimenti di quel librettino. Il sentimento del Kempis fu detto prima da Gesù in quelle parole: In me pacem habebitis; in mundo pressuram. Il suo piacere ne' patimenti si vedrà più chiaramente da quanto si esporrà nel Capo seguente.
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CAP. II.

  Della povertà, e penitenza di Benedetto nell'abitazione, nel letto e nel vitto.

Imitatore perfetto di nostro Signor Gesù Cristo il suo Servo, sin da che abbandonò la case paterna, non volle stanza alcuna, ove ricoverarsi: cosicché non habebat, ubi caput suum reclinaret. Chiesto un giorno in Loreto, dove abitasse, rispose: or qua, or là. Importunato a dire in qual città, in qual casa? Disse in Roma, ove allora veramente erasi fissato pochi anni prima di morire. Quanto poi alla casa, non rispose altrimenti che con un sorriso dissimulante: perché, quantunque abitasse in Roma, pur non aveva casa alcuna ove adagiare il capo. 
Più anni fu osservato starsene a giacere la notte, così com'era mal difeso dagli abiti cenciosi, sotto la nicchia accanto al quartiere di Montecavallo. Altri anni in altra nicchia del Colosseo, che stava dietro la quinta stazione. Ivi giaceva sopra un poco di paglia, ed era udito da qualche passeggiere recitare preci ad alta voce. Chi l'osservò più volte su l'entrar nella nicchia, l'attesta sicuramente nei processi. In un dei giorni lunghi di Agosto, quando è più cocente il sole, fu veduto una volta dopo il mezzodì steso sopra uno scalino del palazzo Bracciano in atto come di dormire, modestamente composto, colle mani piegate sul petto, investito dai raggi ferventissimi del sole medesimo; potendo per altro sfuggirli, mettendosi altrove. 
Ne' suoi lunghi pellegrinaggi stendevasi in terra, dovunque era colto dalla notte, per l'impegno che avea di scansare le osterie. Nei primi anni del suo pellegrinaggio in Loreto, avvertito amorevolmente a non dormire sotto l'aria notturna perniciosa alla salute, ricoveravasi in qualche forno di campagna. 
La carità di alcuni gli offerse più volte ed in più luoghi stanza alquanto comoda, per sottrarlo dall'inclemenza dell'aria. Egli generoso la ricusò dicendo: Li poveri non devono stare con tanto comodo
Quest'era l'abitazione di Benedetto, questo il suo letto. Anche ragazzo in casa propria, non curando del letto comodamente arnmanitogli, prendeva disagiato riposo sul pavimento sottoposto al letto. Avrebbe certamente continuato a dormire su la nuda terra, se la carità d'un certo Teodosio Grimaldi, vedutolo in Roma due anni in circa prima di morire emaciatissimo e quasi cadaverico, non lo avesse con dolce violenza menato seco all'ospizio de' poveri, eretto dalla sopraffina carità del sig. abbate Mancini, per preservarlo almeno dall'intemperie dell'aria notturna. Più però concorse a lasciarvicisi condurre, il rammentarsi del consiglio datogli prima da un confessore prudente, che: quando avesse conosciuto di non potere assolutamente resistere a dormire all'aria notturna, si procacciasse un qualche ricovero. E pure se accettò il ricovero nell'ospizio, non si valse già del letto, comecché stimolato da altri e quasi sforzato dai suoi malori. Essendo stato avvertito, prima di tal consiglio e carità, che cercasse qualche ricovero, altrimenti cadrebbe morto in qualche strada, rispose: che m'importa? Mostrando così la totale noncuranza del proprio corpo e il non temer di morire in qualunque luogo. 
Il vitto, onde sostentavasi, ci apre un campo più vasto per conoscere chiaramente l'estrema e singolar sua povertà. Cominciò da ragazzo in casa a mangiar scarsamente, benchè molte fossero le vivande apprestate in mensa: e il poco che mangiava, era del più grossolano e comune: contento di questo porgeva bel bello ai domestici ciò che v'era di delicato e particolare.
 Quando fu poi in sua libertà nei pellegrinaggi, nelle città, in Roma, tanto solo adoperava di cibo quanto bastasse, non a rifocillare le forze, ma a non morire. Il suo misero cibo si raggirava d'ordinario a cose vilissime rifiutate, anzi calpestate da altri, buttate giù dalle finestre per le vie e nei pubblici letamai: foglie impallidite di cavoli, scorze di melangoli, duri torsi di broccoli, erbaccie inutili, frutti magagnati e fradici. L'ultimo giorno, in cui morì, sorpreso da svenimenti mortali, gli fu trovata in tasca la provvisione del vitto per quel giorno, un tozzo di pane, alcune scorze di melangoli e nulla più. 
Servivangli di refettorio le pubbliche strade e i letamai. Usciva per lo più di chiesa a un dipresso al mezzo giorno, e dovunque trovava tal robaccia, facevane uso moderato. Quindi era la maraviglia d'alcuni in Roma: non sapevan essi combinare l'ora, e il luogo del suo pranzo, passava quasi tutto il giorno in chiesa, non aveva casa di proprio soggiorno, dove dunque, diceano, egli mangia e quando? Ma cessò la lor maraviglia, quando riseppero, averlo veduto alcuni su l'ora del mezzo dì mangiar per le vie: altri seduto in una pubblica strada, adoperando i denti, come armi, per vincere la durezza d'un torso di broccoli, ed altri in altre vie mangiando scorze di melangoli: trionfando egli cosl del mondo e del proprio corpo. Orando un giorno profondamente nella chiesa di santa Maria dei Monti fu scosso, dopo d'averlo invano chiamato, da una devota benestante donna; invitandolo con voce palpitante per quella mattina a pranzo. Riscossosi con suo dispiacere, come uno cui venga disturbato il godimento di cosa graditissima, rispose subito: che pranzo? che pranzo? io pranzo in istrada. Così pure ad un altro, che incontratolo un giorno per via nell'ora opportuna del pranzo, gli fece simile invito. 
Bramavano alcuni d'averlo commensale qualche volta in casa per divozione, e glie ne facean talora l'invito, fra timidi e bramosi. Egli sbrigavasene tosto con dir loro, che mangiava per le strade
Costretto in Loreto dalla carità dei suoi albergatori, altrove da me commendati. a cenar coloro la sera, dopo d'essersi trattenuto tutto intiero il giorno orando nella santa Casa, digiuno affatto veggendosi posta dinnanzi una pagnotta intiera, non volle servirsene dicendo: li poveri debbon mangiar tozzi. Bisognava fargliela trovare in pezzi, se volevan che l'adoperasse, e se volevano ancora che mangiasse bisognava comandarglielo per ubbidienza. Se qualche rara volta gli si dava da altri pagnotta intiera, egli o la ricusava, o costretto a riceverla, mangiavane men della metà: il resto davalo ad altro povero. Un di questi una volta ricusollo per compassion di lui, ma ei gli fé animo dicendo essergli bastato quel poco, che mangiato avea. 
Andava alcune volte alla porta di qualche convento, che suole alcuni giorni in Roma distribuire ai poveri sul mezzo dì la minestra. Ma la ciotola, ove la riceveva, l'atteggiamento in cui stava, i maltrattamenti, che gli conveniva soffrire mostrano chiaramente, che andava piuttosto, per aver campo maggiore da praticar mortificazione, umiltà, pazienza, che per la minestra. Era la sua ciotola di legno, mancante d'un pezzo ben grosso nell'orlo, spaccata nel mezzo, e riunita con tre punti di filo di ferro, facendo così strada al liquido di uscirne per le fissure. L'atteggiamento umile e li maltrattamenti, che soffrì, cadrà meglio in acconcio, esporli nel capo di sua umiltà. 
Cosa di maraviglia insieme e d'edificazione somma, fu quella che osservò un giorno nel cortile del palazzo di monsignor della Porta un dei suoi officiali. Stava questi in un sito del cortile, dove non veduto vedea. Quando vide entrarvi un povero, modesto, composto, spirante devozione, che appressatosi al fonte, bevette un poco. Indi credendo non esservi in quell'ora di là dal mezzo giorno alcuno che l'osservasse, s'inginocchiò, e raccolto con una mano l'avanzo di minestra gettato poco prima fra lo stabbio, e con quello già mescolata a poco a poco se la mangiò. Indi pulitosi colla mano, quasi fosse tovagliola, la bocca, andò via modestissimo. Restò sorpreso da tal mortificazione l'officiale; e più confermossi nell'idea di santo, in cui prima tenuto l'avea per altri segni. Allorché poi si sparse per Roma, esser morto un povero santo, non dubitò punto, che fosse desso: e vedendo il suo prelato andar bramoso alla chiesa di santa Maria de' Monti, ove diceasi esposto, per vederlo, non poté trattenersi che non gli si accostasse. Arrivato, non fece poco a penetrare sino alla bara fra la gran calca del popolo accorso, e ravvisatolo appunto per quello, baciollo divotamente, spargendo lagrime di tenerezza. 
Non era mai che bevesse del vino: trattone solo quando veniva obbligato dall'obbedienza. Per bere appressava le labbra alle pubbliche fonti d'acqua, che da per tutto veggonsi in Roma: onde dopo morte si viddero quei cannellini assediati dalla divozione delle genti. La sua albergatrice Barbara Sori, nel congedarsi Benedetto di ritorno da Loreto a Roma volea mettergli in mano qualche moneta, per comprarsi, gli dicea, qualche poco di vino nelle osterie ad ismorzar la sete. Egli non poté indursi ad accettarla, dicendo: li poveri non portan denaro: basta ad essi l'acqua dei fossi per bere: e se ho bevuto in sua casa un poco di vino, l'ho bevuto sol per ubbidire; del resto io sempre bevo acqua
Contentissimo del misero sostentamento della mattina, non si dié mai il caso, che la sera gustasse cosa per cena, o bevesse un sorso d'acqua. L'ultima volta, che capitò in Loreto nel dopo pranzo del Giovedì Santo del 1782 stracco ed affannato fuor di modo, dal lungo viaggio di giorni ben ventidue, digiuno affatto e intirizzito dalle nevi fu pregato dalla sua piissima albergatrice Sori, che per poco si trattenesse in casa, a ristorare alquanto l'estenuate forze. Benedetto ricusò tutto con buona grazia; e lasciato in casa, colla di lei licenza, il suo fagotto, avviossi a dirittura a visitare l'amatissima sua Madre della Santa Casa, promettendole, che tornerebbe la sera per cenare. Tornò di fatti puntualmente la sera, e vedendosi esibito un piattino di caviale. lo scostò subito dicendo: non è cibo da povero: è roba troppo preziosa; e cenò pochissimo, osservando rigorosamente il digiuno.
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CAP.III.

Povertà somma di spirito.

 
Quantunque possan dirsi poveri per ispirito anche quei facoltosi, che abbondando di beni temporali, pure non attacchino ad essi il cuore, giusta l'avvertimento del reale profeta: divitiae si affluant, nolite cor apponere; propriamente però secondo il parere di s. Tommaso, veri poveri per ispirito sono coloro. che né hanno beni temporali, né braman di averne; tutti intesi a Dio, ed ai beni eterni: dicuntur proprie pauperes spiritu qui nec habent divitias, nec affectant. Tale fu Benedetto; e questo fu il pregio migliore della virtù di sua povertà; l'essere perfettamente distaccato da tutte affatto le cose terrene: sicché nulla possedendo, nulla affatto desiderava il suo cuore. Ragazzetto in casa niun pensiere prendevasi di se stesso; non trastulli, non ciarle, non divertimenti: eran le sue delizie le orazioni, i libri divoti, il ritiro, la frequenza della chiesa. 
Viveva in quella tenera età così sciolto da ogni affetto terreno, così attaccato soltanto a Dio, che il suo confessore attesta, non aver mai potuto scoprire in lui, ancorché fanciullo, verun attacco a qualche cosa terrena. Dappoiché intraprese il rigidissimo tenor di vita ispiratogli da Dio, non tributò più un pensiero alla patria, agli agi, ai parenti: dimenticato di essi, andava pari a un santo Alessio da povero, da cencioso, da pellegrino, dovunque guidavalo l'Onnipotente; calpestando da per tutto coll'effetto, non men che coll'affetto, quanto di più lusinghiero e brillante vi è nel mondo. Li stessi suoi parenti deposero, non aver avuto mai più notizia alcuna di lui, sin dall'uscita dal convento di Sette Fonti, quando scrisse loro che più non si rivedrebbero, se non nella valle di Giosafatte; la prima notizia poi, che di lui ebbero, fu loro recata dalla fama sparsasi da per tutto della sua santità, morto che fu in Roma. 
Sprezzatore del mondo vivea contentissimo tra suoi cenci, miserie, e patimenti; e giudicava con S. Paolo, qual fango vile da calpestarsi, tutte le cose, che più hanno in istima i mondani: non mai avaro amò tanto le sue ricchezze, quant'egli la sua povertà. Quindi quel generoso rifiuto di qualunque cosa gli offerisse l'altrui pietà; la non curanza di procacciarsi limosine; il distribuirle anzi ad altri poveri. 
Avvegnaché molti di coloro, che più pregiano le cose terrene, che le celesti, schifi del suo stato abbietto e meschino, lo sfuggissero e talora ancora il deridessero; non mancaron però all'opposto molti di gran pietà, che mossi da edificazione insieme e compassione, gli esibivano amorevolmente ciò, che credevano a lui necessario. Eran questi senza dubbio spinti da Dio, che volea così da una parte dar campo al suo Servo d'avanzarsi sempre più nell'esercizio delle virtù eroiche, e dall'altra far conoscere chiaramente a noi il suo volontario spirito di povertà singolare interna, ed esterna, onde c'incoraggissimo sul suo esempio al disprezzo delle cose temporali. 
In alcune città, ove si trovò di passaggio nei suoi pellegrinaggi, mirandolo alcuni tanto male in arnese e lacero da per tutto, gli offerivano chi scarpe, chi calzette, chi camicie, e chi molte cose insieme. Ciò con pari frequenza avveniva in Roma, ove fiorisce mirabilmente lo spirito della carità. Egli mostrando gradimento, tutto ricusava con buona grazia e rispondendo lieto e modesto: non aver bisogno alcuno: bastarg1i la roba, che aveva in dosso, si desser pure ai bisognosi. Ad altri diceva: li poveri non devono vestir bene; questa roba non è da povero: li poveri devono vivere di limosina. Sono tante le testimonianze di tal suo rifiuto e delle sue edificanti risposte nei processi, che sarebbe un noiare il riferirle. Talora alcuni santamente importuni il costringevano ad accettar qualche cosa; egli per non contristarli accettavala, ma scostato da loro, la dava ad altri: o pur se ne valeva, sformandola però prima, e sfilacciandola, in modo, che fosse veramente da povero. 
Una buona donna passar vedendolo un giorno a capo scoperto in tempo rigidissimo, in cui la quantità delle nevi cadute avea imbiancata gran parte di Roma, e considerandolo intirizzito dal freddo, e mal difeso da' cenci, gli offerì per carità un berrettino di lana. Benedetto il ricusò: ma importunato mostrò gradire la carità; se non che poco dopo il rivide la donna casualmente a capo nudo, come poc'anzi, veggendo il suo berrettino sul capo di un altro povero: del qual distacco restò sommamente edificata. 
Vi fu chi gli porse un cappello di paglia, coperto di ruvida seta e ben vecchio, bastante solo a coprire il capo. Benedetto ne sfilacciò la seta in più parti, onde quà e là ne comparisse la paglia, indi se lo assettò in figura così ridicola da trargli addosso le fischiate e le derisioni per le vie. Di calzoni, scarpe, calzette, ed altre somiglianti cose, qualora veniva pressato a prender ciò che volesse, egli adocchiata la più logora e sdrucita e rifiutando l'altre, quella sola sceglieva nel suo bisogno estremo. 
Nemico del denaro, mai non chiedeva neppure un quattrino, offertogli il ricusava; e se alcuni gli davano spontaneamente più di quel che bisognasse al misero sostentamento giornaliero, il dispensava a' poveri, o li rimettea nella cassettina delle limosine, che sta sull'entrar della porta nelle chiese. E questa sua condotta fu osservata con ammirazione. e testificata ancora da moltissimi. 
Egli stesso rimproverato una volta da un de' suoi confessori, e trattato quasi ladro di limosine, togliendole a' veri e soli poveri; fu costretto con formal precetto di ubbidienza a rompere quel silenzio, onde udiva serenissimo in volto i rimproveri e a dar ragione di sue limosine: rispose tutto umile: che egli non chiedeva mai limosina, se non in caso rarissimo di estrema necessità; e che ricevea soltanto, ciò ch'era necessario al suo scarsissimo cotidiano mantenimento, ricusando l'avanzo, o pur dandolo ad altri poveri. Tanto bastò per approvarsi dal confessore la sua condotta. Il suo mantenimento per lo più in Roma consisteva in cibarsi del rifiuto altrui, buttato via dalle finestre. 
Otto baiocchi ricevuti appena, li passò in mano d'altro povero. Altre monete, di rame elle fossero o di argento, non risiedevan mai presso lui: subito dispensavale, contento del suo misero vitto pel giorno corrente, nulla badando al futuro. Correva voce tra alcuni che il dar limosina a Benedetto era inutile, perché egli la dava ad altri; non avendone bisogno. Avvalorò questa falsa voce una povera donna, che accattando fra la turba dei molti divoti veneratori della Madonna Santissima detta dell'Archetto in Roma, ricevé con sua maraviglia limosina da Benedetto, cencioso più che null'altro. Resto tanto sorpresa, che non poté trattenersi di non esclamare ad alta voce con maraviglia: un poverello fa limosina ad altri poverelli
Avvenne più volte, che alcuni per isbaglio gli dessero moneta d'argento in vece di rame. Egli avvedutosene correva tosto lor dietro e glie la restituiva, facendoli avvertiti dello sbaglio. Non lasciò mai indursi ad accettar denaro per farsi la barba nelle feste del Santo Natale, offertogli da alcuni. La splendida carità di un esemplarissimo prelato al sol vedere la gran divozione e l'immobilità del nostro Benedetto tutto coperto di cenci, davanti al Santissimo Sagramento esposto per le quarant'ore nella chiesa di santa Maria in Monterone, in anni diversi costantemente, appostato un de' suoi servidori alla porta della chiesa, gli fece esibire in nome di un benefattore, (ch'era egli stesso,) un mensuale sussidio per le sue necessità. Benedetto lo ringraziò, dicendo non aver bisogno e coll'usata sua modestia, e compostezza tirò avanti il cammino. L'istessa risposta dié pure ad altri in somiglianti offerte. Quel che reca maggior maraviglia si è, che ne pur volea far uso del poco danaro, che per l'estremo suo bisogno, qualche volta accettava senza prenderne prima licenza dal confessore. Quindi si può ben conoscere, che non potea portarsi a grado più alto la virtù della povertà di quello, a cui portolla Benedetto: e che non esagerò punto quel suo confessore di Loreto P. Temple, quando scrisse e poi depose nei Processi, calzar bene alla virtù eroica della povertà estrema di Benedetto, ciò che aveva scritto san Bonaventura in lode della povertà somma del suo Patriarca s. Francesco. Questa sua singolar povertà negli abiti, nell'abitazione, nel vitto, nel letto l'avea ridotto a tale emaciazione, che potrebbe credersi eccesso da recarselo a scrupolo, come il credette un degno sacerdote da principio: ma poi si ricredette, riflettendo esser varie le vie, che tiene il Signore coi servi suoi; averlo voluto Dio per tale scabrosissima strada; avergli perciò data grazia abbondante per correrla non solo volentieri, ma con piacere, come la diede a s. Pietro d'Alcantara, ed altri santi.
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CAP. IV.

Della sua angelica purità. Tentazioni, ch'ebbe gagliardissime.
Mezzi che adoperò per superarle.

 
La purità di Benedetto fu così perfetta, che molti nei processi il dicono: Angelo in carne; giovane angelico; un san Luigi: giovane, che dir potea con s. Paolo: in carne ambulantes, non secundum carnem militamus. Amantissimo di sì bel giglio, ne fu sempre geloso; e diè saggi chiarissimi, sin dagli anni più teneri, dell'impegno, che aveva di custodirlo intatto da ogni pestifero fiato. Tale poi era l'orrore al vizio opposto che dir solea: se una donna mi toccasse subito mi staccherei la pelle toccata. Di questo suo impegno ben consapevole una zitella serva del parroco di Ligny vedendolo in casa Benedetto in un coi condiscepoli, composto, e modestissimo, disse (ma sol per vedere, se le riuscisse sturbarlo alquanto), tenetelo, che io vado ad abbracciarlo. Appena l'udì Bededetto. che fuggì tosto di là, non altrimenti, che se veduto avesse un orribile serpentaccio, in atto di avventarglisi; quasi a facie colubri, come inculca lo Spirito Santo. Fuga che destò riso in alcuni, in altri ammirazione.
Per custodir bene un tal giglio nel giardino interiore dell'anima sua, vegliò sollecito in ogni tempo sulla custodia dei sensi, essendo questi la via onde il serpe infernale cerca l'ingresso in tal giardino o per isvellere se pur gli riesca un tal giglio, o per lo manco col suo pestifero dito farlo appassire. Quindi tenne sempre bassi e modestissimi gli occhi. Camminava per le strade come se orasse in chiesa, cogli occhi fissi in terra e le mani piegate sul petto. La magnificenza dei palazzi di Roma la varietà delle fonti, gli obelischi, le curiosità che tirar sogliono a sé lo sguardo di tutti, non furon bastanti mai a muoverlo punto: sembrava nel camminare un estatico, non era mai che rivoltasse il capo o divagasse gli occhi. Il solo mirare la sua compostezza e modestia incitava a divozione e bastava a formarne idea d'un Santo.
Pensate poi quanta cautela adoperasse, quanta sollecitudine per non mirar donna in viso. Versato abbastanza nella lezione della Divina Scrittura sapea bene gli avvertimenti, che inculca lo Spirito Santo su tal proposito: ne circumspicias mulierem alienam, propter speciem mulieris multi perierunt; et ex hoc concupiscentia quasi ignis exardescit. Quindi sapendo, che gli sguardi ravvivano il fuoco della concupiscenza, non rimirò mai in faccia donna veruna. Tutte le volte che in Loreto albergollo in sua casa la donna piissima Barbara Sori, non ci fu mai caso che nel trattarla rimirassela pur una volta in viso, rispondeva sempre con occhi bassi, con modestia, con umiltà tale che le faceva crescere sempre più la divozione e il concetto di un'anima santa. Così ella attesta, come pure tante e tante altre volte era l'ammirazione di chiunque il fermasse per avventura nelle strade per somministrargli qualche limosina ovvero per parlargli; in veggendolo con occhi bassi e colle mani incrociate in sul petto rispondere a ciò che solo fosse necessario con poche e ben pesate parole: e indi il più presto che potesse sbrigarsene e partire, seguitando il suo cammino tutto raccolto in se stesso con braccia piegate e mani raccolte dentro le maniche del suo lacero ferrajuolo. 
Ebbe impegno una donna di vedere i suoi occhi e sentirlo parlare; quindi fermatolo una volta in istrada gli offerse limosina; egli seguiva a starsene fermo cogli occhi fissi in terra, colle braccia piegate sul petto senza darle retta alcuna. Importunato a prender la limosina stese un poco la mano e la ricevette. Volendo però essa attaccar discorso gli disse che la raccomandasse a Dio per certe sue traversie: pur tuttavia restò delusa, poiché Benedetto senza aprire né gli occhi a mirarla, né la bocca a profferir parole, le diè segno di aver capito, col chinare soltanto il capo, e andò via. Un'altra che spesso gli dava limosina spinta a ciò fare dalla divozione e modestia di lui, depone, che: benché l'abbia veduto per molti anni, non può dire come eran fatti gli occhi suoi; ricevendo egli la limosina senza ringraziarla e molto meno guardarla in viso. E così molte altre che gli somministravan limosina. 
Regolandosi cogli avvertimenti dello Spirito Santo nella Divina Scrittura, non solo non mirava donna in volto, ma ne fuggiva sibbene la conversazione. Sin da giovinetto colle sorelle sue stesse non trattava, se non quando richiedevalo la necessità. Giunse una volta a lasciar di fare la sera la lezione spirituale, com'era solito ad un divoto vedovo, abitante presso la sua casa, per isfuggire una ragazza di casa, che l'ascoltava. Trattar poi con donne nel rimanente di sua vita, non era mai se non quando vel costringesse necessità precisa. Queste eran tutte per lui oggetto di fuga: e se ne' suoi pellegrinaggi veniva costretto dalla carità altrui ad accettare l'alloggio, per sottrarsi dall'aria notturna, prima chiedeva se ci fossero donne, ed essendovi, non vi era modo di accettarlo. 
Non fu men cauto per la custodia dell'udito e degli altri sensi di quel che lo era per gli occhi. Una parola oscena, che per accidente gli risonasse all'udito, era per lui come un tuono orribile, che il riempiva di orrore. Andava un dì una ragazzetta d'anni sei a un dipresso, cantando innocentemente in pubblica via una canzoncina, che avea dell'osceno. Appena risonarono le prime parole all'udito di Benedetto, mentre camminava lungo la via stessa, che inorridito gettò un grido altissimo vicino a lei, domandandole replicatamente, se sapesse il Pater noster; ma la poverina restò cotanto sbalordita. che non ebbe punto coraggio a rispondergli. Uno dei motivi, onde fuggiva la compagnia d'altri poveri, e spesso altresì lasciava di portarsi a prendere la minestra alle porte dei conventi, era per non sentir parolacce immodeste, o profane, o improprie, che simil gente suole proferire o per barzelletta, o per rabbia nelle altercazioni. 
Quanto al gusto, e tatto, che abbraccia tutto il corpo, basta sol rammentarsi di ciò che si è detto nei primi due capi di questa terza parte intorno alla sua povertà nel vitto, negli abiti, nel letto, nell'abitazione. Due cose rimarchevoli mi restan qui da aggiungere. La prima intorno al vino, di cui sempre privossi. Interrogato dal suo confessore di Loreto, altrove da me lodato, per qual motivo bevesse acqua; benché avesse da prima risposto: Bastar l'acqua per li poveri, non esser necessario il vino; pure costretto poi sotto comando d'ubbidienza a dire, se avesse altro motivo, rispose sospirando e vincendo se stesso, che pretendeva togliere qualche incentivo al corpo a non calcitrare e così tenerlo a freno. Risposta molto conforme al detto dello Spirito Santo: Vinum et mulieres apostatare faciunt sapientes
La seconda è, che dando al corpo il necessario notturno riposo, gliel dava avvolto nelle sue stesse cenciose vesti; delle quali mai non si svestiva, se non qualche rara volta per necessaria circostanza; intento così sempre a soggiogare l'insolenza della carne, che carezzata suol ricalcitrare: Incrassatus est et recalcitravit; incrassatus, impinguatus dereliquit Deum factorem suum
Tale fu la vigilanza di Benedetto sopra tutti i suoi sensi per custodire illibata la sua purità. Potete figurarvela maggiore? E pur chi il crederebbe? Egli così penitente, così guardingo e delicato, ebbe pure a soffrire tentazioni gagliarde contro virtù sì bella e a lui sì cara. Né fia meraviglia: questa è la condotta, che suol tener Dio coi servi suoi più cari e più penitenti: permette al demonio, che desti il fuoco nero delle sue tentazioni nella fantasia e nel corpo loro: ma quanto sol basti ad affinar sempre più il nobilissimo oro della lor purità: e contro la intenzione maligna del tentatore farli con ciò crescere di meriti presso lui; Faciet etiam cum tentatione proventum. Son di ciò chiara prova le orride tentazioni del penitentissimo S. Pietro di Alcantara nella sua religione; quelle di una santa Maria Egiziaca nella sua solitudine per anni diciassette generosamente tollerate; e quelle d' un S. Girolamo nel suo Romitorio, che nel freddo suo corpo, estenuato dalle penitenze e da' digiuni, sentiva bollire gl'incendi della libidine: In frigido corpore sola ebulliebant libidinum incendia
Or questo medesimo stile tenne il Signore col nostro Benedetto. Era egli tentato di giorno e di notte contro la purità. Minor fastidio gli davano le tentazioni del giorno, perché affacciatesi appena, sparivan tosto a guisa di un lampo; e ciò a forza della sua strettissima unione con Dio, nel quale stava sempre felicemente occupato e come assorto. Quelle però della notte gli riuscivano molestissime. Non prima l'afflitto Servo di Dio conciliato si era un po' di sonno, che solo a grande stento il potea, disteso su la nuda terra, mal coperto de' suoi cenci e assediato da capo a piedi dai suoi insetti, che gli erano addosso, il demonio con prave illusioni, immagini, fantasmi, e risentimenti della carne veniva a disturbarglielo incitando a qualche consenso la parte inferiore. Allora sì, che l'angoscia del Servo di Dio era somma, che da una parte aborriva con grand'orrore ogni ombra di offesa di Dio, e dall'altra vedevasi posto, come sull'orlo del precipizio. Avvalorato però dall'assistenza divina, e in Dio fidando, adoperava ogni sforzo per reprimere l'impeto e la forza delle tentazioni. Resisteva coraggioso con risoluta volontà, dichiarandosi pronto di accettar la morte piuttosto, che voler cosa contro l'amato suo Dio. E perché ciò non bastava ad abbattere il nemico, stendevasi per terra umiliato, implorando l'aiuto da Dio medesimo; invocava l'Immacolata purissima Vergine; segnavasi sovente colla santa croce; percuotevasi il petto: e pensando alla passione del Redentore, arrossivasi di quei brutti pensieri tanto opposti ad essa. Così gli riusciva finalmente di mettersi in calma, e riportarne compita vittoria: Or tali combattimenti non furon d'una o poche notti: furon frequentissimi; duraron per anni. 
Intanto non contento dei rimedi, che adoperava la notte, raddoppiava di giorno le sue cautele; maggior custodia de' sensi, orazioni più lunghe, mortificazioni più frequenti e più rigorose. Era egli d'una carnagione bianca, fina, colorita, propria di nascita civile, e ben fatte e belle eran le sue mani. Quindi non volle mai ripulirsi dall'immondezze degli innumerevoli insetti, né mutar vesti, perchè temeva di pericolo per se, o per altri nel denudar qualche parte del suo corpo, che in tutto il tempo di sua vita non mai guardar volle. Nascondeva le mani, quanto poteva, per togliersi dagli occhi l'incentivo che ne avrebbe potuto suscitare la vista loro, comecché passeggiera; e per sottrarre al Demonio le armi da combatterlo. 
Tutto ciò si attesta da due savissimi confessori: uno il penitenziere di Loreto P. Temple, che coll'armi dell'ubbidienza costrinse nelle sue conferenze a scoprirgli quanto ho qui narrato. Aggiunse all'istesso confessore, ubbidendo al precetto: essersi dato al genere austero di vita, e tuttavia continuarlo, anche per questo motivo, di rintuzzare lo spirito immondo, da cui a guisa dell'Apostolo S. Paolo veniva molestato. DATUS EST MIHI STIMULUS CARNIS MEAE, QUI ME COLAPHIZET, e che perciò nella miglior maniera che posso CASTIGO CORPUS MEUM ET IN SERVITUTEM REDIGO. L'altro suo confessore e il sig. D. Giuseppe Marconi, in Roma, che ricavollo dall'ultima confession generale, fatta dal Servo di Dio un anno, o poco prima di morire. 
Entrambi questi due e quant'altri egli ebbe confessori in Roma ed altrove, attestano che mai in tutto il corso di sua vita non trovarono in Benedetto colpa veruna interna, o esterna contro il sesto precetto; e che nelle tentazioni la grazia del Signore l'avea fatto restar vittorioso. Questa attestazione è un grand'elogio per Benedetto, e dà risalto maggiore alla sua purità. Sarebbe stato a lui facile il commettere somiglianti colpe; non era egli in un romitaggio, non in un chiostro; vivea nel cuor del mondo; girava terre, città, regni; non avea soggezione, o dipendenza da alcuno che vegliasse su li suoi andamenti; in età giovanile, inclinatissima a simili trasporti; il suo temperamento vivacissimo; pericoli, che incontrar dovette in tanti suoi pellegrinaggi; vivissime le tentazioni del Demonio e stimoli del senso. E pure non commetter mai colpa veruna, neppur leggiera. 
Oh! questa e una gran virtù, virtù singolare, e molto lodata dallo Spirito Santo presso l'Ecclesiastico. Quis est hic, et laudabimus eum? Fecit enim mirabilia in vita sua... erit illi gloria aeterna, qui potuit transgredi, et non est transgressus; facere mala, et non fecit. Effetto fu questo della grazia efficacissima, con cui Dio prevenir il volle, necessaria allo stato, a cui Dio destinollo. Virtù ammirata in lui da un suo confessore parroco, che perciò l'onora nei Processi, dicendolo simile ad un sant'Alessio, a un san Rocco
Oltre però di queste attestazioni, un'altra io ne leggo nei processi, che conferma, e le sue tentazioni e il fine suo nello stato di sua vita così austero. Questa è del Signor Giorgio Zitli, stato già tesoriere dell'imperator della Persia, Culicam, e poi per vari accidenti fattosi fortunatamente cattolico e ritiratosi a vita solitaria e divota nel convento dei Padri Cappuccini di Roma, amico di Benedetto, sindacché ne ammirò la prima volta la modestia, la compostezza, la divozione. Questi compassionandolo per lo stato suo meschinissimo, gli offerse più volte scarpe, calzette, camicie e quanto gli bastasse. Benedetto ringraziandolo modestamente, dicevagli di non aver bisogno; viver contentissimo dello stato di vita così sordido; perché, soggiungeva, la gioventù è cattiva e bisogna tenerla a freno. Risposta, che tirava somma ammirazione ed edificazione nel suddetto Zitli. Risposta, che far deve arrossire chiunque tentato presumesse delle sue forze, e che stando in guerra viva col mondo, col Demonio e colla carne, se ne stesse, come un vil soldato in battaglia, senza adoprare le sue armi. Ond'è che presto; Sicut miles sine armis, in bello facile corruet; resterà facilmente vinto, se non maneggia l'armi della custodia dei sensi, della mortificazione, della fuga dalle occasioni, e dell'orazione. 
Tempo però giunse, in cui Dio compiaciutosi della vigilanza e fortezza del suo Servo, dié fine ad un tal combattimento. Fu questo negli anni ultimi di sua vita, terminata nel suo bel fiore, quando appunto sono più vive le passioni, e più vigorosa la concupiscenza. In questi ultimi anni Dio gli concesse il dono singolarissimo dell'esenzione de' gravi stimoli e tentazioni di senso, facendo avverare in lui ciò, che l'afflittissima Sara disse a Dio nella preghiera, che gli porse nella sua tribolazione; post tempestatem tranquillum facis, et post lacrymationem, et fletum exultationem infundis. L'istesso Benedetto interrogato da un altro confessore in Roma, malgrado la sua umiltà, ebbe a confessargli tal dono. Il Marconi conobbelo tanto radicato in virtù, che il credé inespugnabile all'urto delle tentazioni.
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CAP. V.

Della sua pronta ubbidienza.

 
L'ubbidienza dovuta da' sudditi al loro superiore per ragion del voto, fu praticata senza voto da Benedetto Giuseppe: con questo divario, che la praticò non solo con chiunque avesse autorità sopra di lui, ma con ogni altro, che il comandasse, o anche senza comando espresso gli mostrasse pur piacere ch'ei facesse o no qualche cosa, purché non contraria al voler di Dio, regolandosi coll'insinuazione dell'Apostolo S. Pietro: Subjecti estote omni humanae creaturae, propter Deum
Fintanto che visse giovanetto in casa dei suoi genitori, volò sempre pronto a' lor cenni: cosicché questi lo amavano tanto più sopra gli altri figli, quanto il vedevan più docile e ubbidiente; né poteron mai avvertire in lui disubbidienza veruna; come attestano nei processi. 
Ubbidiva a' genitori in cose ancora di sua grande ripugnanza; come quella, di far da compare ad un suo nato fratellino, tenendolo a battesimo. Sembrava alla sua umiltà un peso troppo superiore alle sue forze, il dover poi istruirlo, come figliano, qualor mancassero i genitori al lor dovere. Pure chinò il capo al comando che n'ebbe, e nell'ultime lettere, che scrisse a' genitori pria d'intraprendere il nuovo stato austerissimo di vita, non potendo altro, raccomandò loro caldamente l'istruzione del suo figliano. Un sol'atto, che ha sembiante di disubbidienza, tale in realtà non fu, come essi medesimi poi il conobbero, e lo confessarono; fu anzi un atto lodevolissimo. 
Pria di esporlo convien qui rammentare, che l'opporsi al volere dei genitori, qualor questo si opponga al voler di Dio, non è disubbidienza: è anzi un atto dovuto ed eroico. Tal fu quello del giovane S. Luigi Gonzaga, quando resisté lungo tempo al voler del padre che non lo volea chiuso in un chiostro religioso ove Dio il chiamava; e d'un santo Stanislao Kostka, giovinetto di anni sedici che, contradicente il padre, trafugatosi da pellegrino, imprese il gran viaggio di mille e dugento miglia solo soletto, per essere ammesso in Roma in quella religione ove Dio il voleva espressamente. Egli è un atto inculcato da G. Cristo medesimo, allorchè disse: Veni separare hominem adversus patrem suum. L'ubbidire a' genitori in ciò, che si oppone al voler di Dio, è un amare i genitori più che Dio, contro il primo precetto del decalogo, confermato dal Redentore allorché disse: qui amat patrem, aut matrem plus quam me, non est me dignus; che però merita biasimo e castigo, anzi che lode e premio. Per 1'opposto merita somma lode il disubbidir loro, qualora si opponga il lor volere a quello di Dio, padre supremo, e padrone assoluto dei figli, non men che dei genitori.  
Or ciò presupposto, ecco qual fu l'atto del nostro Benedetto, che comparisce disubbidienza; ma è certo meritevole d'ogni lode, perché è un atto di eroica ubbidienza a Dio. Appena gli balenò nella mente l'uso di ragione, che Iddio il chiamò ad uno stato di vita, il più austero fra tutti. Stava egli di ciò sicurissimo, e per l'interna sensibilissima ispirazione, e per 1' approvazione non di uno, ma di molti confessori, da lui scelti e consultati come i più noti, per lunga esperienza, per lumi celesti, per virtù, per pietà. Stavane tanto sicuro, che cominciò fin da ragazzo a porre in opera, quanto di straordinaria mortificazione e austerità potea confarsi a quella tenera età: che se in questo veniva colto per avventura dai genitori, diceva loro umilmente: che si addestrava così allo stato di vita più austero, a cui sentivasi da Dio spinto. Lo scrisse poi chiaramente nella lettera inviata loro, uscito che fu dalla Certosa: Dio mi assisterà e mi condurrà nell'impresa, ch'egli stesso mi ha ispirata; non è a noi permesso di resistere alla volontà di Dio. Così egli. Noi stessi non possiam negare questa sua special vocazione, vedendo a posteriori, come suol dirsi, avergli Dio conferita quella soprabbondante grazia, ch'era onninamente necessaria per intraprendere e seguire fino alla morte lo stato austerissimo di vita, già minutamente descritto nel capo primo della seconda parte, ed altrove; e senza tale grazia non era possibile ad un giovane nel fior dell'età, in mezzo al mondo, il durarla. Essendo dunque sicurissimo della volontà di Dio, a chi doveva ubbidire? A Dio, che il voleva, o ai genitori, che ricusavano? Oportet Deo obedire magis, quam hominibus. Chi potrà dunque tacciarlo in questo come un disubbidiente? Chi non anzi lodar sommamente la sua ubbidienza? Si loda come eroica la virtù di Santa Giovanna Francesca de Chantal, perché chiamata da Dio al chiostro, ebbe il coraggio di calpestare il proprio figlio, attraversato su la soglia della porta, per impedirla dall'uscire. Perché dunque si vuol tacciato Benedetto, che per eseguire il voler di Dio, non curò la resistenza dei genitori, e dichiarossi pronto a calpestare anche il proprio padre, se si attraversasse su la porta per impedirlo? 
Allorché poi visse in appresso padrone di sua volontà, né soggetto a veruno, come in tempo de' suoi pellegrinaggi e in Roma, non trasandò mai mezzo alcuno da esercitar la virtù dell'ubbidienza: Non era pago di ricorrere a Dio, per impetrarne lume, prima di intraprendere qualunque cosa; consultava ancora sempre confessori, e direttori savi, prudenti, e ben versati nella scienza dello spirito: né punto appartavasi dai loro consigli. Dovunque andasse ne' suoi pellegrinaggi, dichiaravasi col parroco, o con altro esemplar sacerdote, volere in tutto dipendere da' loro cenni, e star sotto la loro ubbidienza. V'è chi attesta, aver'egli fatto una volta quattordici leghe, per consultare un di questi. 
Gli atti particolari di sua ubbidienza versavansi alcuni circa le cose sue interiori, altri circa l'esteriori. Quanto alle interiori, riuscivagli troppo malagevole l'esecuzione: e pure soggettando la volontà sua e l'intelletto, eseguiva puntualmente quanto gli venisse ingiunto per iscoprirle; non poteva però far sì, che non si scoprisse dal volto, e dagli atti la grande sua ripugnanza. Avvegnaché fosse gelosissimo per la profonda sua umiltà a tenersi ascose le cose, che passavano nel suo interno; pure interrogato da' confessori, e costretto con formal precetto di ubbidienza scopriva sinceramente il tutto: senonché, combattendo nel cuore l'umiltà coll'ubbidienza, mandava prima de' sospiri nati dall'intimo del cuore; sospiri così profondi e penetranti, che gli estraevano fin le lagrime dagli occhi. Laonde arrestavasi il confessore dall'inoltrarsi più avanti nella dimanda delle sue cose interiori, per non vederlo in quell'angustia, ed abbattimento di spirito, che gli si leggeva nel volto, nelle parole, negli interrotti sospiri e nelle lagrime. 
Nelle cose però esteriori volava subito ad eseguirne gli ordini, quantunque talvolta gli conveniva vincer se stesso. Un confessore in Roma, sapendo da una parte per le confessioni la nettezza di sua coscienza, e dall'altra, che non solea comunicarsi nel giorno stesso della confessione, per prepararsi con più esattezza a ricevere il Pane Celeste nel dì seguente, gli ordinò, che quella stessa mattina, in cui erasi confessato, andasse pure all'altare. Il servo di Dio, giudicando esser migliore apparecchio l'ubbidienza; premessi alcuni atti, quella stessa mattina presentossi alla sacra mensa, e comunicossi. Così parimente ubbidì in Loreto ad un altro confessore, comunicandosi non solo in quella mattina stessa, in cui erasi confessato; ma nella seguente ancora, a tenor dell'ordine, che n'ebbe. Così con altri. Nessuno però dei confessori gli ordinò mai di tenere un sì costante tenore di comunicarsi nel giorno stesso della confessione. 
Solo l'ultimo confessore Marconi in Roma glie l'ordinò savissimamente per sempre. Due motivi a ciò l'indussero: il primo per far prova di sua ubbidienza; il secondo per conoscer più chiaramente, se fosse esente da' pregiudizi, che corrono sul punto della comunione, nei paesi oltramontani sospetti di eresia, ove il servo di Dio era stato di passaggio ne' suoi pellegrinaggi. Quindi non dubitando punto, poter egli comunicarsi, anche senza premettere la confessione, gli dié l'ordine accennato. Ubbidientissimo il servo di Dio, dall'ora innanzi soggettando il suo intelletto e tutti i suoi sentimenti, comunicavasi nel giorno stesso della confessione. 
Tre volte in un anno soddisfece al precetto pasquale per ubbidire. Una in Loreto, ove in quel tempo trovavasi e dove un confessore in Roma aveagli detto poterlo soddisfare. L'altra nella chiesa Patriarcale di San Giovanni in Laterano, come costumano i pellegrini, assicurato dal confessore, che ivi soddisferebbe sicuramente al precetto perché il curato di sua parrocchia non pago della comunione fatta in Loreto, ordinogli, che la rifacesse in Roma. Vedendosi poi questi esibito il solito biglietto, che assicurava della comunione fatta in San Giovanni, lo riprese acremente imponendogli di comunicarsi nella propria parrocchia. Benedetto accettando in pace, ed in silenzio i rimproveri, ubbidì prontissimo, e comunicossi nella sua parrocchia. Ubbidienza ammirata, pazienza lodata da quanti riseppero il fatto; e dopo sua morte lodata ancora dal parroco stesso.
Quel confessore in Roma, che gli ordinò di cercare qualche impiego da esercitare, o qualche padrone da servire, per sottrarlo dall'ozio, restò tanto edificato e commosso dall'ubbidienza sua pronta nel cercare, benché invano, che da questa argomentò fondatamente il vero spirito di Dio risiedente in Benedetto, e le qualità di sua singolar vocazione allo stato rigidissimo intrapreso, e lasciollo in libertà.
Non è però gran maraviglia, che abbia ubbidito a' confessori, e parrocchi: egli è un dovere. Meraviglia ell'è, ch'abbia ancora ubbidito a chiunque il comandasse per ubbidienza, ancorché laico, ancorché donna. Albergato dalla famiglia Sori in Loreto, stando la sera a cena, poco o niente mangiava, quantunque non avesse pranzato la mattina, passata tutta in chiesa. Rincrescendo tale astinenza all'Albergatrice, pregò caldamente un dei ministri della Basilica, il sacerdote Don Gaspare Valerj, che il forzasse a mangiare. Questi portatosi là, in tempo di cena, restò edificato dal vederlo alzarsi in sua presenza e non rimettersi in sedia, se non comandato: più poi restò sorpreso dal vedere cogli occhi suoi, che appena metteva in bocca qualche cosetta delle apprestate: ma imponendogli il precetto di ubbidienza, che mangiasse, gli riuscì vederlo mangiare un po' più. Avvedutosi poi, che lasciata da parte una pagnotta intiera apprestatagli, servivasi solo di alcuni suoi tozzetti di pane; ordinogli di praticare l'avvertimento di Gesù Cristo agli Apostoli: manducate, que apponuntur vobis. Tanto bastò: prese tosto il coltello, fettò la pagnotta; mangionne più fette, aggiungendovi un uovo, che lasciato avea. Di ciò non pago il Valerj, gli fé comando di ubbidire in tutto a' suoi albergatori; in specie di accettar cose da vestirsi, vedendolo tutto lacero. Prontissimo ubbidì sempre: anzi l'albergatrice fatta santamente audace da quest'ordine anch'ella il comandava per ubbidienza nelle occorrenze, e ne vedeva pronta l'esecuzione: accettando qualche veste decente, e qualche pajo di scarpe usate, per ubbidire.
In quel tempo, che visse nell'Ospizio dei poveri in Roma, ubbidiva puntualmente, e senza replica al custode, pur che gli comandasse: ubbidienza attestata dal custode medesimo, e lodata molto, come perfetta, dall'abate Paolo Mancini Amministratore dell'Ospizio.
Son pieni dapertutto i processi degli atti di ubbidienza, che prestava a chiunque il comandasse. Costumava dormir di notte sulla nuda terra: e pure comandato in qualche circostanza, adagiavasi sul letto. Non usò mai accostarsi al fuoco, per temperare il gran rigore del freddo; pure al primo comando ci si appressava, benchè per brev'ora. Non beveva mai del vino: assaggiavalo però, quando venivane comandato. Solea ricusar le limosine offerte; ma le accettava, se venivagli detto per ubbidienza. Rifiutava gl'inviti di pranzo: pure qualche rara volta gliel faceva accettare 1'ubbidienza; e l'ubbidienza intimata nel pranzo, gli facea ancora mangiar di tutto, benché quanto bastasse a praticar l'ubbidienza in poca quantità. Questi atti di ubbidienza furon da Benedetto praticati, non una o due volte, sì bene moltissime. Dovettero pero costargli non poco; perché superar dovea la santa e gran propensione, ond'era portato al rigidissimo tenor di vita. Ciò non ostante, condiscendendo a' comandi altrui, ebbe la mira di accoppiar sempre tale ubbidienza coll'austerità della vita; quindi era a cagion d'esempio l'assaggiar del vino, per ubbidire, ma poco; il mangiar di tutto nel pranzo, ma d'ogni parte del tutto scarsissimamente; l'accettar limosina, ma quanto bastasse per quel solo giorno; lo scegliere tra le cose offertegli le peggiori e più logore.
Quanto sinora ho qui narrato, basta a sufficienza, per mostrar chiaramente la perfezione della volontaria ubbidienza praticata da Benedetto.
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CAP. VI.

Suo amore verso Dio.
Si mostra grande dal guardarsi da ogni colpa.

Gli argomenti del vero amore verso Dio sono molti, e molti i suoi gradi. Il primo è senza dubbio guardarsi gelosamente dal disgustarlo. Chi ama veramente Dio, ha tutto 1' impegno di non offenderlo, neppur leggermente. Questo impegno ebbe Benedetto sin dal primo uso di ragione; e lo pose in opera sin che morì.
Da che ebbe l'uso di ragione, sino all'anno duodecimo dell'età sua, non fu notata in lui colpa veruna in casa paterna ed in iscuola: non dai domestici, non dagli esterni, né pure dagli stessi suoi condiscepoli. Trovo anzi attestato, che il suo contegno nell'età fanciullesca era così modesto, maturo, sincero, che lo annunziava sin d'allora per una bell'anima; e riguardar lo facea dagli eguali non men che da' superiori, come uno d'esemplarissima condotta. Era così colpito dall'amore verso Dio, che si rendeva irreprensibile in tutta la sua condotta.
Dall'anno duodecimo in casa del suo zio parroco, sino al decimottavo, in cui morì quegli gloriosamente per la carità, accrebbe di molto il suo impegno di non offendere con colpa veruna, per lieve che fosse, l'amato suo Dio; della cui grandezza mostrava in tal tempo d'avere per favore divino cognizioni sublimi: onde derivava il suo raccoglimento interiore, il silenzio, il ritiro e il grande affetto a tutto ciò, che spettava al culto divino. L'accrebbe in tal modo, che non fu mai notato in quel tempo di mancamento alcuno, di ommissione, di colpa neppur leggiera; e ciò, ch'è più ammirabile in un giovanetto, neppur d'una parola inutile ed oziosa, tanto facile per altro a scappar dalla bocca di uomini ancor maturi. V'è chi attesta con suo stupore, di avergli data più volte l'occasione di turbarsi, ed impazientirsi con aspri e vivi rimproveri, onde cercava distoglierlo dalla risoluzione di abbandonare affatto la casa paterna. Il deponente osservò sempre in lui tal placidezza di volto e costanza tale, che restò, come disarmato; e confessa, aver quindi conosciuto il suo grand'orrore alle minime colpe e il suo amore verso Dio, a cui posponeva i genitori stessi e gli agi di casa.
Prova più chiara del suo orrore alle colpe leggiere diede una volta in casa del suo zio. Trovavasi egli un giorno nel giardino domestico, ove andar solea comandato dallo zio, per cogliere fragole da apprestarsi in mensa. Quando scesa in giardino una ragazza di casa, d'anni sette a un dipresso, ebbe voglia di gustarne e pregonne Benedetto. Questi rispose francamente, che da sé non potea: glie ne darebbe però, se ne andasse ad ottenere dal zio la licenza. Andata tornò dicendo, non averla ottenuta; ciò non ostante gli aggiunse: datemene pure, lo zio nol saprà. Sen nol saprà lo zio, rispose Benedetto, lo vedrà Dio. Ma che sarà finalmente? replicò quella. Io non ve ne chiedo molte: basteranno ancor due per isvogliarmene; questa è cosa da poco: potete farla. Cosa da poco! che dite? Incalzò Benedetto; non è mai cosa da poco quella che offende Dio: oltrecché si comincia da piccole cose, e a poco a poco si passa alle grandi: oggi non si tratta, che d'alcune fragole; appresso si ruberanno cose più grosse: voi stessa ruberete poche spille un giorno, un altro le forbicette; poi non avrete difficoltà di rubar cose più considerabili: dal poco si passa al molto. Pentitevi pure di tal vostra insinuazione; e andate pure a confessarvene il più presto, che potrete. Tanto egli disse; tutto conforme all'avvertimento dello Spirito Santo: qui spernit modica, paulatim decidet. Né di ciò pago gliel rammentò, quando quella fu sul punto di portarsi in chiesa, per far la confessione. Restò poi così tenacemente impresso l'avvertimento di Benedetto e le sue risposte alla zitella, che non poté scordarselo, già cresciuta in età; e monacatasi, scorsi già molti anni, nel monastero dell'Orsoline, il depose nei processi. Io posso piamente credere, che siasi poi ella regolata sempre con tal sentimento. Oh quanto giovano simili avvertimenti a' ragazzetti! E qual dispiacere danno a Dio, quanta rovina cagionano all'anime loro quei, che condiscendono anzi a certe loro libertà, che ammonirli; massime se hanno sopra d'essi autorità.
Il nostro Benedetto praticava esattamente in sé stesso ciò, di che avvertiva gli altri: cosicché passeggiando egli nel giardino un giorno col zio, e con altro parroco: questi mirando l'abbondanza delle fragole, disse: Che gran quantità di fragole! che grossezza! Benedetto potrà ben saziarsene. Potrà, rispose il zio, ma non v'è timore che le tocchi.
Era ben noto a quei di casa, e a' famigliari del parroco zio, che Benedetto per il grande orrore, che avea dei piccoli furti, molto ordinari a ragazzi dell'età sua, non avrebbe mai stesa la mano a prendere un sol frutto, né pure dei caduti a terra; e che piuttosto l'avrebbe calpestati, che appropriarsene un solo. Era per altro il giardino abbondante di frutti squisitissimi, quanto vaghi alla vista, altrettanto dolci al palato. Poteva anche presumere di qualche diritto, che gli dava l'affetto dello zio, e il vincolo stretto del sangue. Altrove però avean la mira i suoi affetti, anzi che alle bassezze delle cose terrene, e alla soddisfazione della gola; né regolavasi con queste benigne riflessioni, ove trattavasi di osservanza della legge divina.
Avvenne un giorno, che trovandosi in campagna con altri giovanetti pari di età, questi rubacchiarono alcuni pomi nel vicino podere: e credendo fargli servizio, glie ne offersero alcuni. Benedetto vincendo ogni umano rispetto, né volendo in conto alcuno riceverne, con intrepidezza lor disse: questi sono pomi rubati, non è a voi permesso di mangiarne; ed io non ne voglio affatto. Così parimente rifiutò certe ciliege offertegli da un compagno, prese dalla dispensa del padre; e dicendogli quegli, essere ciò piacere del padre, accettolle con pena: pur tuttavia non volle assaggiarle, lasciandole così pendenti da un filo attaccato alla finestra, finché marcirono.
La sollecita vigilanza, che adoperò negli anni teneri e giovanili contra ogni offesa di Dio, divenne poi somma e più delicata nel rimanente di sua vita. Sono concordi tutti i suoi confessori nel deporre, aver Benedetto osservati minutamente i precetti di Dio, e della santa Chiesa; non aver mai commessa colpa veruna veniale deliberatamente: aver sempre praticati i consigli evangelici, ed in seguito aver conservata sino all'ultimo spirito di vita la bianca stola dell'innocenza, che ricevé nel santo battesimo: cosicché nelle sue confessioni, nessuno trovò mai materia sufficiente, non che necessaria. Sarebbe cosa superflua, ch'io in ciò più a lungo mi distendessi; bastando, quanto ho narrato. Aggiungo soltanto, che i confessori da lui scelti, sono ben noti per esemplarità, per dottrina, per esperienza; né sono già d'una sola città, ma di varie, ovunque egli trovavasi ne' suoi pellegrinaggi; principalmente in Loreto, in Fabriano, e più che ogni altro in Roma. Oltre i confessori, attestano con giuramento, in quanto appartiene all'esterior portamento la sua irreprensibile condotta, e sacerdoti ed altre persone degne di tutta la fede.
Non dovette però costar poco a Benedetto l'osservanza de' precetti divini, ed ecclesiastici, e lo scansar qualunque colpa leggera. Chiesto egli dal confessore penitenziere di Loreto, se ne' suoi pellegrinaggi avesse lasciato nei dì festivi d'intervenire qualche volta alla messa; costretto col solito comando d'ubbidienza rispose: che per santificarli, come dovea, si guardava in que' giorni di viaggiare; ciò che prima interrogatone avea detto al sacerdote Valeri: ma che per trovarsi con puntualità in detti giorni nelle chiese, gli era convenuto nel dì precedente accelerare velocemente il passo, attraversar monti, soffrir talora pioggie dirotte, camminare a piè nudi sopra le nevi.
Per isfuggir le ciarle, le parole oziose, le mormorazioni, i motti osceni della gentaglia, camminava sempre solo, ricusando la compagnia di chi che fosse; scansando l'osterie e lasciando le vie battute, col grave incomodo di allungamenti, e di pericoli, che spesso incontransi fuor delle strade maestre.
Per l'istesso motivo altresì fuggiva, quanto per lui si potesse, il consorzio d'altri poveri: specialmente lasciava talora di prender la minestra alle porte dei conventi, perchè quelli rissando spesso tra loro proferivano qualche parola sconcia, o ingiuriosa a Dio.
Di ciò non pago, esaminava rigidamente ogni sera la sua coscienza, chiamando a sindacato le operazioni tutte, le parole, i pensieri stessi di quel giorno, sempre tristo e dolente dell'ingrata sua corrispondenza alla grazia divina, a' favori celesti, e pensando alla maniera, onde risarcir tutto nel dì seguente.
Facea, dovunque si trovasse la confession generale, oltre le frequenti particolari: ma così in queste, come in quella restavano stupiti i confessori di non trovar mai materia sufficiente: e di vederlo così compunto, ed umile, come se fosse reo di colpe enormi. Anche nell'età di poco più che tre lustri, era tanto grande la delicatezza di sua coscienza, che l'impegnò a far molte confessioni generali, senza aver mai colpa alcuna deliberata. Così depone il parroco di Lepesse Don Giacomo Giuseppe Vincent.
Metteva poi esattamente in opera, quanto proponeva ne' suoi esami: in ispecie intorno all'impedire, che altri offendesser Dio, anche leggermente. Nell'ospizio del Mancini in Roma. avendo un dei poveri posto in campo certo discorso, che avea del vano, e che potea, se andasse avanti, offender la carità: Benedetto troncandogli subito le parole in bocca: e pensiamo, disse, alla passione di Gesù Cristo. Così fece svanire il discorso. Nell'ospizio medesimo, volendo una sera certi signori, che abitavan sopra di quelli, parlare con un dei poveri ivi radunati di nome Antonino, ne domandaron di lui a que' poveri: ma ricusando Antonino di andarvi disse a' compagni, che rispondessero dalla finestra, non esser ancor venuto. Mal sofferendo Benedetto l'evidente bugìa, prevenne; ed accorso alla finestra rispose sinceramente: Antonino esservi, ma rincrescergli andar da loro. Indi rivolto con santo zelo ad Antonino, rimproverollo dicendo: Non esser mai lecito dir bugie: dover sempre dirsi la verità a qualunque costo.
Trovandosi un giorno nella basilica della santa casa di Loreto in atto di leggere un librettino divoto, gli si appressarono certe dame Romane con brama di parlargli: appena cominciarono, che accortesi della sua compostezza e divozione e che né pure alzava gli occhi per mirarle gli dissero edificatissime soltanto: pregate Dio per noi, Benedetto; e andaron via, senz'esser degnate di un guardo non che di una parola.
Era insomma così sollecito, e vigilante contro ogni piccola colpa; pesava con tale esattezza ogni parola pria di proferirla, che sembrava ad alcuni dar nel troppo; se troppo può esservi in somigliante cautela. Alcuni, che faceano gran conto delle sue raccomandazioni a Dio, il pregavano talora indiscretamente, che le facesse in loro prò; ma le facesse in ogni sua orazione. Benedetto per non dir bugìa, o per non mancar poi alla promessa, alzava prima gli occhi al cielo, pensava alquanto, indi rispondea: questo è troppo peso, lo farò, quando mi risovverrà. Così pure pratico con un suo benefattore in Loreto. Il pregò questi, che tornato in Roma, tutte le volte, che gli occorresse passar per la chiesa dei padri Filippini, visitasse in suo nome san Filippo suo speciale avvocato. Il servo di Dio, dopo di aver pensato un poco, rispose: lo farò una volta soltanto.
Può darsi lettor mio, delicatezza maggiore, orror maggiore ad ogni colpa, ancorche leggiera? Può darsi osservanza più minuta, più esatta dei precetti divini, ed ecclesiastici, ed ancora dei consigli evangelici? Ecco dunque il primo contrassegno chiaro del suo grande amore verso di Dio. Il medesimo nostro Signor Gesù Cristo disse di sua bocca, esser chiaro argomento dell'amore verso Dio l'osservanza dei divini precetti; Qui habet mandata mea, et servat ea, ille est, qui diligit me. Che sarà di chi osservolli con tal delicatezza? Che sarà di chi osservò ancora i consigli evangelici, e l'osservò costantemente dall'uso di ragione sino agli ultimi aneliti di sua vita? E pure questo è poco, al paragone di quanto narrerò nei capi seguenti.
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CAP. VII.

Il suo amore verso Dio si mostra più vivo dall'unione continua con Dio.

Per fondamento di quanto dovrò dire in questo capo, e nei seguenti, mi convien premettere e far sapere a chiunque leggerà quest'opera, che Benedetto, come attesta uno de' suoi confessori penitenziere in Loreto: era abbondantemente ripieno di soprannaturali illustrazioni, e cognizioni, tanto in riguardo al mistero della Santissima Trinità, quanto in ordine alla passione di Gesù Cristo; alle quali si era fatto strada colla continua orazione, e contemplazione, e con la vita mortificata e penosa, che volontariamente conduceva: cosicché posso con sicurezza asserire, dice il confessore, che mediante l'abbondanza dei doni soprannaturali ottenuti da Dio, egli possedeva quella retta scienza, che possiedono i santi nella via, e nel pellegrinaggio del mondo. Così egli, e conferma l'istesso più distesamente nei processi in altro luogo.
Un altro confessore, che col precetto d'ubbidienza l'obbligava a dirgli le cose sue interiori, asserisce, che parlando del mistero della Santissima Trinità, e della passione e morte del nostro divin Redentore, si spiegava in termini tali che faceva comprendere, aver'egli dell'alte cognizioni, cosicché avendo io, soggiunse, qualche pratica dell'opere spirituali composte da santa Teresa, mi parve, che quant'egli dicea, fosse coerente a quelle. Stimolato a dirmi, se avesse studiata teologia, rispose di no. Onde compresi che il Signore avesse favorito questo suo servo con quell'alte cognizioni, illuminandogli con luce soprannaturale la mente: non essendo possibile che una persona digiuna di materie teologiche, si fosse potuta esprimere, com'egli esprimevasi. Sono sue parole.
Conforme a questa è la deposizione d'un altro confessore in Roma. Dalle poche parole, che mi disse in risposta alla mie interrogazioni, (fattegli nel confessarsi) compresi benissimo, dice, esser egli penetrato della tremenda maestà di Dio, ed avere una vivissima cognizione de' suoi divini attributi: particolarmente della grandezza, maestà, e bontà di Dio, quindi era, che conoscendo il proprio niente prorompeva in umilissime espressioni etc.
Similmente un parroco suo confessore in Roma depone, aver rilevato dalle conferenze tenute con esso: ch'era Benedetto favorito da Dio con illustrazioni di mente con visioni mentali, e con altri doni soprannaturali, che diconsi GRATIAE GRATIS DATAE. E benché su le prime temesse questo confessore d'inganno: pure col tempo conobbe, e confessò le suddette illustrazioni, visioni, e doni esser vere e sode, e che venivano immediatamente da Dio.
Ed oh se non fosse stato quest'ultimo troppo umile, ed il secondo troppo ritenuto; quante altre più rilevanti notizie si sarebber tramandate ai posteri, gloriose a Dio, onorevoli al suo servo e a tutti giovevoli? Quest'ultimo, giudicandosi per umiltà inabile a dirigere un'anima sì grande, e in materie così scabrose, giudicò sdossarsene, e gli comandò, che si provvedesse d'altro confessore, che fosse ben versato nella mistica, e che non avesse il peso della parrocchia: onde potesse con maggiore agio applicarsi di proposito alla sua direzione. Il secondo mosso a compassione della gran pena, che conosceva provarsi dal Servo di Dio nel superare coll'ubbidienza imposta le ripugnanze estreme dell'umiltà, giudicò non passar oltre nelle dimande.
Or ciò premesso, non si penserà punto a dar fede alle cose, che narrerò intorno all'unione sua con Dio, allo sguardo fisso, agli slanci d'amore, all'estasi, e alle superne impressioni. Effetti sono questi, che sieguono dalla cognizione di Dio, illustrata vivamente da luce celeste.
Quanto all'unione con Dio, non ebbe egli impedimento alcuno per unirvisi strettamente. Ciò che l'impedisce è l'affetto alle cose terrene, ed a sé stesso. Il suo distaccamento da tutte le cose mondane fu perfetto; il mostra chiaramente ciò, che si è narrato della sua singolar povertà nei primi tre capi di questa terza parte. Il distaccamento dal proprio corpo, e dal proprio volere, ch'è più malagevole d'ogni altro, si fa palese dalla sua angelica purità, e dall'ubbidienza esattissima, esposta nel quarto e quinto capo. Era dunque egli pari ad un legno aridissimo, scevro d'ogni umidità, che appressato al fuoco, vien talmente investito da quello, che pare fuoco, ne si distingue punto se non solo dalla forma accidentale.
In ogni luogo, in tutti i tempi, in qualunque azione vedevasi sempre tutto assorto in Dio: da cui non sapea distaccarsi, neppur col pensiero. Egli stesso, malgrado la sua umiltà, ubbidendo al precetto, che n'ebbe dal confessore, fu costretto a confessargli questa così stretta, e continua unione. Laonde il confessore, e da ciò che rilevava nelle conferenze con lui, e da ciò che vedea cogli occhi propri, e da quanto udiva pur dagli altri, si dichiara non aver termini bastanti a spiegare il gran fuoco di amore, che l'incendeva, e che tutto andar facealo in fiamme; sicchè potersi ancor di lui dire con ogni verità ciò, che del suo Serafico Padre San Francesco lasciò scritto San Bonaventura: Esser egli come un carbone investito tutto dal fuoco del Divino Amore, ed assorbito da esso.
Essendo però questa unione tutta interna, non può conoscersi da noi, se non dall'esterno. La vivezza d'un fuoco acceso dentro una fornace non si conosce, se non dalle fiamme, che ne scappan fuori. Quindi esporrò le fiamme, che rinchiuse nel suo cuore, uscivan fuori da' suoi sensi esterni, onde si argomenti l'interno suo fuoco.
Gli occhi suoi, o in città fosse, o nelle campagne, indicavano chiaramente la sua stretta unione con Dio. In città camminando per le vie, teneva gli occhi stabilmente bassi, mai non alzandoli a mirar la gente; molto meno le magnificenze degli edifizi, e quant'altro tira l'occhio curioso: camminava sempre così modesto, così composto, che quanti l'incontravano, edificati sommamente, il credevano estatico; e se taluno parlar gli volea, bisognava chiamarlo a nome e ad alta voce, non dimenando mai egli la testa, e gli occhi qua e là. Altri depongono nei processi, che: incontrandolo per le vie di Roma; lo vedean sempre solo, col capo chino, gli occhi bassi, e con tale atteggiamento di corpo, che fondatamente lo credeano tutto immerso nella contemplazione di Dio; cosicché per le vie d'una città così popolata, e magnifica, qual'è Roma, sembrava un perfetto Anacoreta. Altri attestano, che: da per tutto vedevasi assorto dalla continua presenza di Dio in una maniera così sublime, che rassembrava un estatico. O stesse in chiesa, o camminasse per le strade, la sua mente vedevasi esser talmente penetrata dalla divina presenza, che ben conoscevasi, non aver egli altro in vista, che Dio. La maniera divota e composta, colla quale procedeva, era d'ammirazione, e di edificazione a chi lo mirava. Sono moltissimi e tutti conformi gli attestati di altri su questo punto non solo per le vie di Roma, ma in qualunque città egli si trovasse. Bastino però gli esposti.
Nelle campagne poi, qualor viaggiava, non era men modesto, né meno unito con Dio, di quel che il fosse in città. Mirava di tratto in tratto i campi ameni, le piante, i monti e le colline; ma tutto gli serviva come di scala per ascendere a Dio. Di tutte le cose create (così depone il suo confessore P. Temple, scrutatore dell' interno di Benedetto)servivasi per conoscere sempre più l'onnipotenza, la sapienza, la bontà di Dio, ond'era il dare in giubili di lode, di amore verso Dio, come appunto accadeva, dice egli, al mio patriarca s. Francesco, che EXULTABAT IN CUNCTIS OPERIBUS DEI. Lo splendore del sole, l'amenità dei campi, la vaghezza delle piante, gli uccelli, l'erbe, i fiori tutto rapivalo in Dio; e proromper il facea in mille lodi, in fervorosi ringraziamenti, in estatiche ammirazioni degli attributi divini; illustrato dalla celeste luce leggevali chiaramente come in libro aperto in tutte le creature: libro per noi miseri chiuso, per che poco amiamo Dio che dovrebb'essere l'unico oggetto del nostro cuore.
Quindi derivava l'andar sempre solo per le strade della città, e in tutti i suoi lunghi viaggi: quindi il ricusar compagnia d'altri. La carità dell'abate Mancini credendo dargli qualche sollievo in un pellegrinaggio dal suo ospizio dei poveri di Roma a Loreto, gli esibì un altro per compagno; Benedetto ringraziandolo francamente il ricusò. Importunato a dire, perchè; rispose con sincerità ed umiltà, che: non voleva esser disturbato dal fare orazione.
Così pure in Loreto nessuno mai potè gloriarsi di averlo avuto per compagno; amando egli di starsene sempre solo, ed unito con Dio: di mettere in opera il consiglio, che dà a tutti gli uomini, di orare in ogni luogo, l'apostolo s. Paolo: volo viros orare in omni loco.
Argomenti ancora dell'intima sua unione con Dio dava il suo udito. Non voleva egli ascoltar notizie di cose benché indifferenti; ond'era, che se i poveri dell'ospizio di Roma, terminate le comuni preghiere, mettevano in campo tali ragionamenti, Benedetto ritiravasi subito nella sua cameretta a trattar con Dio: per l'opposto fermavasi tra loro qualor s'introduceva discorso di materie spirituali, intramezzando ancor'egli qualche parola a proposito per fomentarlo. Il parlargli poi direttamente dell'amor divino, era come il toccare il tasto di un cembalo ben ordinato, che subito dà in salti e suoni: infiammavasi in volto, dava in santo brio, e profferiva sentimenti ed affetti che ben indicavano il gran fuoco, che avea nel cuore. Per opposto colmavasi di grande orrore all'udire parole contro la carita, contro la verità o contro Dio. Scagliavasi con santo zelo verso chiunque si fosse, ammoniva collo spirito della carità evangelica; e quando ciò non giovasse, scostavasi amareggiato dall'offesa di Dio. In simili incontri peraltro più volte dovette soffrire maltrattamenti grandi, come si vedrà in altro luogo.
La lingua poi, siccome è 1'indice più fedele del cuore umano, così era del gran fuoco d'amor divino, che ardeva in petto al suo servo. Fu sempre suo costume fin da fanciullo di parlar pochissimo per timore di offender Dio, e la carità del prossimo: ogni parola pria che uscisse dalla sua bocca, passava sotto la lima della sua mente, giusta l'avvertimento di s. Bernardo: Omne verbum prius veniat ad limam, quam ad linguam; di che ne erano tutti fortemente ammirati. Ove poi gli si presentasse la opportunità, parlava con fervore grande delle verità di santa fede; insinuava il disprezzo, che far si deve delle cose terrene, per posseder le celesti: ne dava i mezzi insistendo principalmente sulla mortificazione de' sensi a lui tanto cara: ed era udito non sol con piacere, ma con meraviglia eziandio, e gran commozione. Ma soprattutto spiccava il suo fervore, allorchè metteasi a parlare dell'amore di Dio verso l'uomo e della corrispondenza in amore che questi deve a Dio. Mostravasi penetrato fino all'anima dal dolore, in veggendo quanto Iddio fosse mal corrisposto del suo amore. Lagnavasi appunto come un figlio, che vede negletto e disprezzato da altri 1' amato padre: dicea appunto, come s. Ignazio di Loiola in un suo estasi: O Signore, se gli uomini vi conoscessero non vi offenderebbero. Si offende Dio, dicea Benedetto, perché non si conosce la sua bontà: chi conosce Dio non fa peccati. Alcuni attestano nei processi, aver provato somma commozione d'affetti nel sentirlo ragionare di somiglianti materie. È proprio del fuoco, attaccar fuoco; esser loro rincresciuta molto la brevità, non che restarne mai sazi, né aver mai in altri tempi sentito parlar di Dio col fervore, e coll'insinuazioni di Benedetto. Inculcava da per tutto a chiunque abboccavasi con lui il vivere in santo timor di Dio in grazia sua; l'abborrire anche i peccati veniali, come offesa di Dio: mostrando sempre premura somma, che Iddio non fosse in minima cosa offeso.
Occorrendo qualche rara volta di condiscendere all'invito di pranzo, o fosse con altri poveri, invitati ancor'essi per carità dall'abate Mancini, o fosse solo invitato in qualche città nei suoi pellegrinaggi, era suo costume alzar prima gli occhi e la mente a Dio in atto di orare, indi prender con ambe le mani il piatto della vivanda ed elevatolo trattenersi alquanto con occhi socchiusi in orazione fervorosa verso Dio, riconoscendola come suo dono. Nell'atto stesso del suo scarso cibarsi benediceva Dio, ringraziavalo, e prorompeva in atti di vivo amore, per aver creato in beneficio dell'uomo tante cose. Di tratto in tratto alzava gli occhi al cielo; indi abbassandoli, stimolava i commensali con affettuosi sentimenti a lodar Dio: dopo d'essersi cibato, dava a Dio le grazie in atteggiamento divoto, stando di continuo colla mente e col cuore unito a Dio nell'atto ancora del ristorare il corpo col cibo.
Tutto il suo contegno, la modestia costante, il volto sereno, e divoto, le mani sempre composte, le parole che profferiva, e tutto quant'era in lui, fino i cenci, che lo coprivano, ed in cui pregiavasi più che d'un paludamento reale, il mostravano sempre unito al suo Dio e sempre contemplante. La sapienza, ch'è Dio stesso, e che ha sommo orrore di entrare, ed abitare nel cuor macchiato di colpa: in malevolam animam non introibit sapientia; nec habitabit in corpore subdito peccatis; mostravasi chiaramente da tutto il suo contegno risiedere nel cuor di Benedetto: sapientia hominis lucet in vultu ejus. Anche nelle risposte, che dar dovea a chi l'interrogasse di cosa, comecché talora di poco momento, riluceva la sua unione con Dio: perocché alzava prima gli occhi al cielo, chiedendo da Dio lumi, e consiglio, indi rispondea.
Nel tempo stesso del suo riposo notturno, ben si accorgeano altri circonvicini della sua unione con Dio. Nell'ospizio de' poveri, mentre tutti gli altri profondamente dormivano, uno dei custodi udivalo replicar sovente, con voce alquanto elevata: miserere mei, miserere mei. Un altro in varie notti ascoltava la sua replicata esclamazione: Oh bon Dieu! Oh bon Dieu! Miserere mei. Altri ancor vigilanti sentivano alcune giaculatorie, che riferir non sapendolo, parte perché in lingua francese loro ignota, parte per la loro rozzezza, sol rammentavansi di questa più ovvia: Domine miserere mei; ed il riferivan poi al direttore dell' ospizio, Abate Mancini, che con tali notizie formava quel maggior concetto di sua santità, che prima non aveane. Anche quando dormiva in qualche forno di campagna, trovandosi in Loreto, era udito dare in sante esclamazioni ed affetti.
Ma più di tutti gli altri, autentica la sua stretta unione con Dio nel tempo notturno l'istesso Benedetto interrogatone destramente, e costretto dall'obbedienza in Loreto dal più volte lodato confessore P. Temple. Rilevò egli dalle sue risposte, che: ogni volta, che la notte svegliavasi, il suo pensiere era di rivolgersi colla mente a Dio, e chiamarlo in suo aiuto. Svegliandosi si lagnava dolcemente collo sposo dell'anima sua, quasi fosse lontano, ma credendolo a sé presente, stendevagli le braccia così presso a poco esclamando: ah mio Dio! Io ho pensato a voi questa notte, e mi avete cagionate vive pene e lagrime; e pensavo che le mie ingratitudini vi avesser costretto a dar orecchio alla vostra giustizia, ed allontanarvi da me: sospiravo e correvo dietro a voi; e non vedevo che tenebre. Non dubitate, Divin Salvatore, che io non sia tutto vostro, mentre vedete che il primo movimento nello svegliarmi, è di persuadermi fortunatamente, che voi mi amate anche oggi; e che non siete lontano da me, come mi son meritato per i miei difetti e me lo ero immaginato con vari timori.
Così egli. E il suo confessore cavava da ciò e da tutto il tenor di sua vita, ch'egli, fosse di giorno, fosse di notte, sempre teneva la mente elevata in Dio, a Dio pensava, dilettavasi in Dio.
Quindi interrogatolo in una conferenza, come intendesse egli il passo della cantica: Ducam eam in solitudinem, et loquar ad cor ejus; se in senso letterale, o mistico, e se egli il praticasse: ebbe in risposta, che egli l'eseguiva anche letteralmente; benchè vivesse in mezzo al mondo. A gran ragione pertanto il detto confessore non ha difficoltà veruna di considerarlo sempre come un serafino di amore. A gran ragione ancor noi possiamo dirlo: anacoreta in mezzo al mondo.
Il pregio più eccellente di tal sua unione con Dio, egli è che mai in alcun tempo non raffreddossi; andava anzi di giorno in giorno accrescendosi, non essendo essa ristretta fra' limiti per l'oggetto infinito dell'unione, ch'è Dio, d'amabilità infinita; anzi all'avvicinarsi al termine de' suoi giorni, sempre in lui aumentavasi in guisa che sembrava a tutti doversi in breve il suo spirito disciogliere da' legami di questa vita mortale, ed unirsi eternamente al suo Signore, a cui egli solamente aspirava. Così trovo deposto nei processi.
Da quanto sinora si è narrato, è facilissimo ad ognuno il conoscere la vivezza dell'amor di Dio, che avvampava nel cuor di Benedetto. L'unione, dice S. Tommaso, è tutta opera, tutto effetto dell'amore: Unio est opus amoris. Se l'unione, che ebbe con Dio questo suo servo fu così stretta, così continua in ogni azione, in ogni luogo, qual dovea essere il suo Amore? E pure questo è poco a paragone di quanto esporrò nel capo seguente.
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CAP. VIII.

Il suo amore verso Dio si mostra vivissimo dalla sua continua orazione, e dallo sguardo fisso.

L'orazione sia vocale, sia mentale, qualora facciasi a dovere, è un segno ed un fomento dell'amore dell'anima verso Dio, con cui famigliarmente tratta; come la definisce S. Agostino: Oratio est hominis ad Deum adhaerentis affectio, et familiaris collocutio. La lunghezza e la maniera di orare, che tenea Benedetto, mostravano chiaramente, essere vivissimo il suo amore verso Dio, ed averlo sempre fomentato al maggior segno.
Quanto alla vocale, un de' suoi confessori esaminandolo rilevò, che non era molto lungo nelle orazioni vocali, e che mettea tutta la sua applicazione nella mentale. Si sa solamente, che recitava l'uffizio divino dei sacerdoti, ed il rosario della santissima Vergine che portava sempre pendente dal collo: oltre quelle preci, che si recitavano in comune, o nell'ospizio di Roma dai poveri, o nelle chiese dinanzi al Santissimo Sagramento esposto. Ma la scarsezza delle preci vocali, mostra in lui un amor maggiore verso Dio che se ne avesse recitate di molte.
Ella è dottrina ben soda dell'angelico dottor San Tommaso, che l'orazione vocale è un mezzo per sollevare a Dio la mente: In oratione tantunt est vocibus, et huiusmodi signis utendum, quantum proficit ad excitandam interius mentem.
Quindi siegue l'avvertimento che dà a tutti San Francesco di Sales: Se facendo 1'orazione vocale, voi sentite tirato il costro cuore alla mentale, non rifiutate di andare; e non vi date pena di non aver ancor finite le vocali, che vi avete proposto: perché la mentale, che voi avete fatta in luogo loro, è più grata a Dio, è più utile all'anima vostra; eccetto però l'uffizio ecclesiastico d'obbligo. Concorda con lui S. Ignazio di Loiola, gran maestro di spirito, nel libretto de' suoi Esercizi spirituali, ove parla de secundo orandi modo. Vaglia ciò per avvertimento a quelli, che caricandosi di preci vocali da recitare ogni giorno, si danno poi tale fretta per terminarle tutte, che le precipitano senza punto di divozione. Abbaglio in cui confessa S. Teresa, d'esser caduta nel principio della sua carriera spirituale. A che tanto numero? A che tanta fretta (dice S. Francesco di Sales). Vale più un solo Pater noster detto cordialmente e con sentimento, che molti recitati in fretta e correntemente.
Questa era la pratica del nostro Servo di Dio. Recitava egli l'uffizio divino, ma il recitava contemplando, come fu osservato nella chiesa di Santa Maria dei Monti in Roma: dopo di avere recitato qualche salmo o lezione rimetteva su la balaustra dell'altar maggiore dove orava l'uffizio, e davasi a contemplare ed a sfogare in santi affetti con Dio. Capiva ben egli il latino avendolo appreso da giovanetto; e il libretto del Kempis che leggeva giornalmente era latino, come rilevò il P. Temple dalle sue risposte; ma più ne capiva i sensi per il gran lume onde Dio lo favoriva. Dopo lungo sfogo di affetti, con occhi sempre fissi o verso il cielo, o verso la bella immagine della Santissima Vergine, senza mai divagarli altrove, genuflesso, immobile, tornava ora a rileggere, ora a contemplare, durando in tal divota occupazione molte ore: cosicché un sacerdote piissimo mirandolo attentamente, parte si arrossiva della distanza che vedeva tra l'orar suo e quello di Benedetto, parte edificato, raccomandavasi internamente a lui. Così nella recita del Rosario, e dell'altre orazioni in comune, nelle quali distinguevasi in maniera particolare dal far degli altri, per l'attenzione che traluceva nel suo atteggiamento divoto.
Intorno poi all'orazione mentale, andava questa in Benedetto troppo più in là dalla comune. Espongo qui, come la cominciava, come e quanto la proseguiva, e come la terminava. Si vedrà chiarissimo, che il suo orare, non era un meditare: era sì bene un contemplare.
Per cominciarla, non avea egli da penar molto. La polvere ben disposta a ricevere le impressioni del fuoco, appena si appressa a quello, che va subito in fiamme. Noi miserabili siamo come legno verde ed umido, in cui il fuoco non può così presto adoperare la sua attività: abbiamo bisogno di fare prima vari atti di fantasia, discorsi d'intelletto per poter concepire qualche scintilla di fuoco. Benedetto era come polvere ben disposta: appena dava principio, appena appressavasi al fuoco divino: Deus noster ignis consumens est, che tosto scioglievasi in affetti amorosi, e provava sante fiamme nel cuore. Si rammenti qui il lettore di ciò, che scrissi nel principio del Capo VII., per fondamento dei pregi singolari della sua orazione: si rammenti, ch'era egli a gran dovizia ripieno di cognizioni ed illustrazioni soprannaturali; ch'era penetrato da vivissima cognizione dei divini attributi, e ch'era da Dio favorito con illustrazioni e visioni mentali, men soggette ad inganno, che le reali e corporee. Quindi era, l'avere una somma agilità, come si depone nei processi, di elevar la sua mente a Dio; segno manifesto dell'unione del suo spirito con sua divina maestà.
Seguiva poi ad orare col dono dello sguardo fisso nella grandezza di Dio, nei suoi divini attributi, nel mistero ineffabile della santissima trinità, e nell'amore mostrato all'uomo dal divin Redentore nella sua santissima Passione. Lo sguardo fisso, così detto da' mistici, è un bel dono di Dio a cui erasi ben disposto Benedetto col total distaccamento da tutte le cose di questa terra coll'austerissimo suo tenor di vita. Dono, per cui l'intelletto umano illustrato da lume superno, vien subito elevato in Dio, nelle sue divine perfezioni, nell'amor suo; fermandovisi con uno sguardo semplice, ammirativo e soavemente amoroso. Così il definiscono comunemente i dottori mistici coi ss. padri: perspicua, et jucunda veritatis admiratio. Quelle verità di santa fede, che prima coll'oscuro lume della sola fede l'anima credeva con fermezza, ma non vedea con chiarezza; le conosce poi chiaramente. senza molteplicità d'atti, con un semplice sguardo della sua mente illustrata da luce divina: conosce, gode, ammira, ed ama con una tale interna soavità, da restarvi fissa, ed immobile per ore, e per giorni interi: appunto come uno, che avendo udite da altri le vaghe rappresentazioni d'un teatro famoso, le crede sì allo scuro: se le va figurando alla meglio colla sua fantasia; ma se poi avvenga di esservi di presenza spettatore, e calata la cortina, veggale al chiarore dei molti accesi lumi, allora in uno sguardo vede tutto con chiarezza, e distinzione: e vedendo, resta fisso, ammira, stupisce, e gode, né sa saziarsene, trapassando in tanto le ore senz'avvedersene.
Questo per appunto avveniva a Benedetto. Postosi egli appena ad orar nelle chiese, si vedeva subito introdotto in cellam vinariam, ove lo sposo divino introdur suole le anime sue spose, e a sé carissime. Ivi fissando lo sguardo interiore, ora nelle infinite perfezioni dell'Onnipotente Dio, ora nel mistero ineffabile della santissima trinità; talora nell'infinito suo amore; altre volte alla passione del Redentore, proseguiva per molte ore, ed alle volte per tutta intera la giornata, non curando né a rifocillare il corpo col cibo, né a che che fosse; tutto inteso soltanto a mirare le sublimissime cose, che scoprivagli la luce celeste, onde Dio il favoriva ad ammirarle, ed a prorompere in affetti interiori di lode, di godimento, di amore; con una tal pace interiore, e con tale abborrimento di quanto è fuor di Dio, che credeva con S. Paolo, tutte le grandezze, e i piaceri del mondo esser ben degni da calpestarsi dal cuore umano, qual vile e feccioso fango.
La lunghezza delle sue orazioni è ben nota in Roma; e trovo moltissimi, che l'attestano col nome di orazioni, quand'erano vere contemplazioni, e favori divini. Il durarla per tutto intiero il giorno era frequentissimo, senz'alcun cibo corporale; ben sazio dello spirituale, cui l'Altissimo Dio: cibavit illum pane vitae, et intellectus, et aqua sapientiae salutaris potavit illum. Non in solo pane vivit homo. La prima volta fu ciò notato in Moulins, tosto che uscì dal convento di Sette Fonti nell'etade ancor verde. Quei, che ivi lo albergarono, dopo di aver testificato nei processi le sue grandi mortificazioni, avendo ricusato il letto, contento di riposar su la paglia; ricusata ogni vivanda, d'altro non cibandosi soltanto la sera, che d'un pezzettin di pane inzuppato nell'acqua, a cui qualche volta aggiunse non più che tre, o quattro noci: dopo tutto ciò, io dico, attestano, ch'egli usciva di casa alla punta del giorno per portarsi in chiesa e che vi rimaneva fino a sera; e il parroco di S. Pietro di Moulins aggiunge, che nella Chiesa stava in figura quasi estatica.
Indi fu notato in Fabriano per tutto intero il giorno, e in Loreto quanti giorni ivi trattenevasi, e in Roma finalmente, in varie chiese; ma in quella specialmente, ch'era da lui più frequentata, detta di S. Maria dei Monti, di star sempre in continua contemplazione. Quanti attestano uniformemente la lunga durazione delle sue orazioni, tutti del pari attestano la maniera ammirabile del suo orare. Chi il dice estatico, chi un Angelo; altri immobile come una statua. altri un santo; molti assorto tutto in Dio, alcuni non averlo mai veduto in tal tempo in atto di nettarsi il naso, cacciar saliva dalla bocca, muover le mani, e simili miserie, proprie dell'umano miserabile corpo. Si posero talora alcuni nascosti a bella posta o nei coretti della chiesa, o dentro un confessionale, o in altro nascosto luogo, massime nelle ore più solitarie, per osservarlo: il vedeano fermo, estatico, immobile nel modo stesso: non era l'occhio umano, che il movea: era l'amor divino. Chi guarda ammirato un re maestoso sul soglio reale, non cura delle formiche che calpesta coi piedi. D'ordinario stava in ginocchio, trattene poche volte, che mettevasi in piedi: ma da estatico, per brev'ora, e negli ultimi tempi di sua vita costretto da gravi suoi mali.
Era così lunga, così estatica la maniera del suo orare, che tutti l'ammiravano. Alcuni al solo mirarlo immobile colle mani incrociate sul petto, cogli occhi fissi, senza batter palpebra, rivolti al Santissimo esposto, o al cielo, o all'immagine della Santissima Vergine, sentendo destarsi in cuore una gran tenerezza, erano costretti a piangerne per divozione; e dentro loro stessi gli si raccomandavano, credendolo un santo. Molti portavansi appostatamente alla chiesa di santa Maria de' Monti o altrove, dov'eran sicuri di trovarlo contemplante in ogni ora, per edificarsene e per compungersi. Così un divotissimo Beneficiato della patriarcale basilica vaticana far solea, recandosi a tal fine sovente alla suddetta chiesa, e ponendosi, quanto il più gli fosse possibile, vicino a lui nell'ordinario sito, dov'era solito orare, consolandosi di star dappresso ad un santo, com'egli lo credeva: e in mirandolo in quel divoto atteggiamento, provava in sé tali mozioni ed affetti interni, che il tenevan più raccolto nella sua orazione; ed ora arrossiva di sé stesso sull'esempio di lui; ora figuravasi, che nel dì dell'universale giudizio il Signore costituirebbe questo povero, sudicio, abbietto per suo giudice a rimproverarlo di sua tiepidezza nell'orare, nel servir Dio, nel corrispondere ai doveri del suo stato ecclesiastico, ed alle grazie del Signore: quindi umiliavasi, compungevasi, e prolungando le consuete sue orazioni, rincoravasi a vita più fervorosa.
Il P. Don Biagio Piccilli uno de' pii Operai, consultore della sacra congregazione de' Riti, che confessava indefessamente nella sua chiesa di santa Maria de' Monti, e che solea chiamarlo nei famigliari discorsi, somigliante ad un sant'Alessio, povero per elezione, dicea sovente a' penitenti suoi, che Benedetto servivagli di modello, e di stimolo all'orare.
Se la maniera, e la durazion nell'orare di Benedetto era ammirabile, come il sarebbe stata in qualunque altro servo di Dio; in lui rendevasi più ammirabile per alcune particolari circostanze, proprie di lui solo. Era egli continuamente assediato, e molestato da quelli innumerabili insetti pedicolari, come si dicono da medici, che nelle sue carni aveano dapertutto un campo pacifico a pascere, ed a moltiplicare a loro bell'agio. Convien qui ricordarsi di ciò, che da me si narrò minutamente su questo singolar genere di penitenza nel Cap. I. di questa terza parte. Un solo di questi insetti, che per qualche accidente vi stia addosso è capace di sturbare la quiete vostra, l'orazione, la pazienza ancora. Tanti, e poi tanti innumerabili, e per tutto il corpo, che far doveano in Benedetto? Qual tormento, qual disturbo recargli? Quali stimoli a cessar dall'orare, ed a sciogliere ben presto un assedio, così importuno, così penoso, così penetrante ?
Oltre a ciò vi aveva in ambe le ginocchia due natte della grossezza di una piccola pagnotta; e non eran già incallite, ma morbide così, che cedevano al tatto di chi le osservò, e toccolle più volte nel cadavere. Qual tormento maggiore aggiunger queste doveano al tormentato suo corpo? E pure né quell'assedio, né questo tormento l'impedivano sì, che non orasse fermo, immobile, genuflesso, né per una o due ore solamente, ma per tutto intiero il giorno, colla giunta d'esser digiuno affatto. Che dir dovrò? O ch'era egli un cadavere senz'anima, o ch'era un marmo insensibile, o pur ch'era un santo d'una pazienza singolare, un estatico, ed immerso tanto in Dio, e nelle sue grandezze, che per suo amore, non curava punto di qualunque tormento patisse nella persona: come non curavan de' loro i santi martiri, immersi in Dio e da Dio avvalorati.
Rimane ora a vedere il Servo di Dio, dopo finita la sua contemplazione. Siccome terminò Mosè (salva però la proporzione) gli alti suoi colloqui, tenuti lungamente col Signore sul monte Sinai, e di là scendendo fu veduto da Aronne, e da tutto il popolo cinto di splendori in volto partecipati già dalla luce Divina inaccessibile: così benché il volto di Benedetto fuor del tempo dell'orazione sembrasse come cadaverico, pallido e smunto; pure compariva poi tutt'altro, acceso e colorito dopo l'orazione. Altri depongono che molte volte terminata l'orazione, compariva così acceso nel volto, che sembrava volersi esternare quel fuoco di amore verso Dio, che nutriva nel cuore. Con alcuni de' suoi santi ha fatto Dio talora, per favore speciale, esternare nel volto il fuoco interno del loro cuore, e la gran luce della lor mente, per autenticare con portento insolito la lor santità. Così un San Filippo Neri vide un giorno il volto del Patriarca S. Ignazio ancor vivo, risplendente: così un Sant'Antonio Abate si distingueva fra la turba dei suoi monaci nell'orare, dai riverberi, che l'interna luce tramandava al suo volto: così in altri tempi fu veduto due volte un San Giovanni della Croce col volto risplendente, per quel gran fuoco di amore divino, che dentro accendevalo; come nella sua leggenda asseriscesi dalla Chiesa: Tanto in Deum aestuabat amore, ut cum divinis ignis sese diutius continere intus non posset, foras erumpere, ejusque vultus irradiare visus sit. Così con altri pochi. Ell'è opinione comune fra' teologi mistici, che lo splendor del volto in qualche servo di Dio, provien dalla luce intellettuale abbondantissima, che comunica col corpo le sue splendide qualità: benché allora soltanto, quando a Dio piaccia farla manifesta ad altri.
Nel volto del nostro Benedetto si degnò due volte rinnovare Dio un tal favore, per far palese l'interno fuoco, di cui avvampava il suo cuore; e la gran luce delle celesti illustrazioni, altrove esposte, onde favorivalo. Una persona di gran pietà trovandosi una mattina, pria che nascesse il sole nella chiesa di s. Maria de' Monti, vide Benedetto orar genuflesso nel solito suo posto in contemplazione, colla faccia in alto rivolta al cielo; ed improvvisamente il vide così lucido, e risplendente nel viso, che ne restò sorpresa ed ammirata; molto più che in quell'ora né da raggi del sole ancor non nato, né da lumi, che fossero in Chiesa, né d'altronde derivar potea l'insolito splendore che durò per qualche tempo; e lo attestò nei Processi.
Un sacerdote per più capi ragguardevolissimo, attesta di averlo veduto col volto, fatto centro di più splendidi raggi all'uscir che facea dalla chiesa dei Santi Apostoli, dove avea lungamente orato, i quali raggi gli sfavillavano da per tutto vivamente da capo a' piedi; del che restò così sorpreso, che non sapeva saziarsi di rimirarlo per lo spazio di un'Ave Maria, con provare a un tempo dentro di sé vari affetti di tenerezza, e di rispetto; e col confermarsi, anzi coll'accrescere il concetto, in cui tenevalo già d'un uomo tutto di Dio, e tutto acceso di santo amore.
Or da quanto in questo capo si è narrato, rapporto alla contemplazione di Benedetto, puossi agevolmente comprendere, di qual vivezza, e attività, esser dovea il suo amore verso Dio; giacché al dir di S. Tommaso, tal contemplazione non nasce d'altronde, che dall'amore: Ad contemplationem movet praecipue charitas.
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CAP. IX.

Suo amore verso Dio. Si mostra sommo dalle estasi, dagli slanci di amore, e da altre superne Impressioni.

Se la sua sublime contemplazione, e lo sguardo fisso mostrano chiarissimo l'interno fuoco di amore, onde ardeva il suo cuore, con più chiarezza il mostrano le estasi, delle quali di tratto in tratto il Signore favorivalo; dicendo S. Tommaso, che l'estasi non ha alcun principio, per farsi nell'uomo, che il solo amore: Divinus amor directe extasim facit a differenza della semplice contemplazione, a cui l'amore spinge, ma non la fà.
L'estasi, come vien definita comunemente da' mistici, è una totale alienazione da' sensi, cagionata da cognizione vivissima delle grandezze di Dio, e dalla forza del suo amore; ma ciò con tanta soavità, che non comporta seco per nulla quella tal violenza, ch'è propria del ratto. Furono frequenti tali estasi in Benedetto, credute per errore del volgo mali corporali, sintomi, svenimenti originati dalla sua ben nota inedia, e fiacchezza di stomaco. Né fia maraviglia; poiché in tale errore son pur cadute in altri tempi persone, che facevano professione di spirito. Eran creduti mali corporali, morbi epilettici, l'estasi, onde Dio favoriva la diletta sua serva Ven. Suor Geltrude Salandri: come, quando prima di passare alla fondazione del monistero di Valentano, stando in Viterbo nel monistero di S. Catarina, sorpresa da estasi, sembrava pari ad una morta; onde poste in iscompiglio le monache, chiamato il medico, involto ancor egli nella lor falsa credenza, giudicaron rimedio opportuno applicarle vescicatori e bottoni di fuoco. A tutto insensibile suor Geltrude, dopo molte ore cessata l'estasi, chiesta come la passasse, rispose: Io non ho altro male, fuor di quello, che voi mi avete fatto; mentre ho dormito avete fatta tanta roba: sia per'amor di Dio. Così pure in simil caso rispose S. Filippo Neri.
Penetrato dunque Benedetto dalle cognizioni vivissime, e dalle chiare illustrazioni, che gli scoprivano la grandezza, la maestà, la bontà infinita di Dio, li suoi divini attributi ed altri divini misteri; appena alcune volte mettevasi ad orare, che investito d'improvviso dagl'interni splendori della celeste luce, restava assorbito in Dio in estasi dolcissima: e come nell'estasi li sensi esterni sono impotenti a far le loro operazioni sensitive; avviene allora, che l'estatico né per ferro che il trafigga, né per fuoco che gli si attacchi a destarlo, punto non si risente. Per tal maniera son di parere, che Benedetto non sentiva in tal tempo né le rabbiose morsicature degl'innumerabili insetti, né la molestia delle natte, né le scosse di mano altrui. Molti, ch'ebber la sorte di vederlo in tali circostanze, descrivono la maniera della sua estasi, creduta da loro per lo più svenimento corporale, così; stando egli genuflesso col capo chino, colle mani incrociate sul petto; alzava poco a poco il capo dalla parte di dietro; e restava col viso rivolto al cielo, ed immobile: ma d'una maniera così fuor del naturale, che credevano cader dovesse onninamente; essendo un sito fuori d'equilibrio, a cui giunger non possono le forze umane. Alcuni difatti pensavan di accorrere per carità a sostenerlo, credendolo sorpreso da svenimento: ma lasciavano di farlo, vedendolo dopo qualche tempo rimesso nello stato di prima. Ad altri sembrava quasi volesse andar in aria, edificati dell'istesso divoto inarcamento. V'è chi depone, che quando era immerso nella contemplazione, inarcava molto la vita; e riversando la testa dalla parte di dietro, sembrava, che volesse ogni momento andare giù per terra: ma guardato bene in viso, parea abbandonato da' sensi, e rapito in estasi. Avvenne un giorno, che un certo poco pratico della maniera di orare del Servo di Dio, osservandolo in tal positura, che pareagli, che ad ora ad ora stesse per cadere colla testa e vita buttata dalla parte di dietro, fé cenno al custode della chiesa di S. Ignazio, ove trovavasi, di presto accorrere a sostenerlo; ma questi tolselo subito di sollecitudine, dicendo: questo essere il costume di orare di quel povero.
Più volte nella Chiesa di S. Maria dei Monti fu favorito da Dio di tali estasi; e qualche persona, versata senza dubbio in somiglianti materie, non attribuiva al par degl'imperiti, tal positura a svenimento corporale; ma sibbene a quel che veramente era, sorprendimento estatico: onde così depose nei processi: quand'io lo vedevo nella chiesa di S. Maria de' Monti in quella profonda contemplazione, ed in quella positura colla vita inarcata, lontano dalla balaustrata, ed ivi stare per qualche tempo considerabile, credevo sicuramente, che allora il servo di Dio fosse alienato da' sensi, e se ne stasse in una dolce estasi: non essendo possibile, che una persona possa stare naturalmente in quella positura, come stava Benedetto, senza cadere all'indietro.
Cadde difatti una volta a terra nella Chiesa di S. Teodoro in Campo Vaccino, in quel giorno appunto, in cui celebravasi solennemente dagli esemplarissimi congregati, detti in Roma Sacconi la festa del Cuor Santissimo di Gesù. Accorsero tosto molti a rialzarlo, credendolo effetto d'inedia, in un povero cencioso. Levatosi non chiese, né cercò rimedio alla creduta inedia, come avrebbe potuto naturalmente fare, se fosse stato effetto di essa; ma si appressò alla balaustrata dell'altare, e posto in ginocchio seguì costante ad orare. Un parroco, che attesta il fatto, come presente, avendo giudicato sul principio effetto d' inedia lo svenimento, poi dalle circostanze si ricredette, e il disse un vero deliquio di amore, destato dalla contemplazione del Cuore santissimo di Gesú, tutto fiamme d'amore verso l'uomo, espresso con grande vivezza nella bella immagine, che ivi si venera. Se il fuoco naturale attaccasi facilmente nelle materie disposte, non è maraviglia che il fuoco divino nel cuor santissimo di Gesù contemplato vivamente, avesse attaccate le sue fiamme nel cuore di questo suo servo dispostissinno, e distaccato affatto da quanto è fuori di Dio.
Per simil modo deliquio d'amore il credo ancor io, non leggendo nell'attestazione il solito inarcamento, ma un puro abbandonamento dei sensi; e non trovandovi i caratteri propri dell'estasi, ma soltanto del deliquio d'amore, per cui ho letto somiglianti cadute nelle vite di alcuni Santi.
Estasi giudicò saviamente il suo confessore ben pratico, P. Temple, somigliante positura nella chiesa di Loreto, osservata da lui stesso nel contemplante Benedetto: onde così attesta nei processi: mi sono accorto, che in tempo dell'orazione era egli non solamente tutto assorto in Dio ma a guisa di un estatico, vedevasi come alienato da' sensi; ed infatti la positura stessa ciò dinotava. Stavasene egli sfogando col dolce Signore i suoi affetti interni, senza però profferir parola, e né tampoco muover le labbra; colle mani incrociate sul petto, col capo addietro che pendevagli dalle spalle, colla vita inarcata, e cogli occhi rivolti al cielo. A me sembrava, che ad ogni momento potesse il suo capo cadergli dal busto. Io non so come possa naturalmente starsi in una tal positura per lo spazio di molto tempo e senza il naturale equilibrio, senza un dono soprannaturale di Dio, il quale colla sua virtù sostenga la persona. Così egli. Quindi era, che ben consapevole delle cose interiori di Benedetto, e ben versato nella mistica, non accorreva, né spediva altri a sostenerlo; secondo 1'avvertimento, che dà nella cantica lo sposo divino: Ne suscitetis, neque evigilare faciatis dilectam donec ipsa velit.
Un bel complesso di slanci, di deliqui, d'estasi depone nei Processi un degno sacerdote. Entrando alcune volte Benedetto nella chiesa della Minerva, gli si metteva questi bel bello dietro, e collocandosi non molto discosto ove Benedetto orava genuflesso, sentiva: che quest'anima santa prorompeva di tratto in tratto in infuocati sospiri, indicanti quell'ardente carità di cui bruciava. Alcune volte questi sospiri, nati da una più viva ascension d'amore, il facean dare in trasporti di amore, ond'era, che per la veemenza dell'impeto interno, stava in una tal positura, che sembrava, come se volesse slanciarsi verso Dio, unico oggetto delle sue brame, tenendo slargati alquanto quei cenci, che gli coprivano il petto, per dare sfogo alla veemenza dell'ascensione interiore. Altre volte dava in dolci deliqui, sembrando come abbandonato, e destituto dalle forze. Parecchie volte nel tramandare li detti infuocati sospiri, elevava bel bello il capo; inarcava il corpo: pareva, che volesse sollevarsi in alto, stando in atteggiamento così straordinario ed incomodo, che non era possibile di reggervi colle sole forze naturali, ma solo per grazia speciale del Signore, che il sostenea. Sostenevalo ancora l'istessa divina grazia, quando dopo di aver durato qualche tempo nell'atteggiamento suddetto, abbandonava il capo sulle sue spalle, e trattenevasi così qualche tratto di tempo, temendosi dagli spettatori la sua vicina caduta.
Somiglianti cose attesta pure aver veduto coi suoi occhi un testimonio autorevole, professore di teologia dommatica nel Collegio Romano. Moltissime volte trovandosi questi ad orare nella chiesa di S. Ignazio, ritirato fra due colonne, ove non veduto veder potea: eccoti entrare in chiesa questo povero cencioso in ore solitarie dopo il pranzo, quando lusingavasi non esservi chi potesse vederlo o sentirlo, e mettersi presso la balaustra dell'altar maggiore. Ivi cominciava la sua orazione in atteggiamento divotissimo. Internatosi in quella, non potendo contener nel cuore le fiamme del santo amore, prorompeva con voce alta e sensibilissima in affetti tenerissimi verso Gesù Cristo. Più volte mirando fissamente Gesù, come sta nel quadro in atto di porgere a S. Ignazio la sua Croce, gridava tutto infuocato: A me, a me quella Croce si deve per li miei peccati. Sta male su le spalle vostre, Gesù mio; né compete al Santo, che s'incurva per riceverla. Dava talora in tali trasporti di amore, che agitando in modo sé stesso con vari irregolari movimenti, sembrava già quasi spiccare un volo su la balaustrata, per mettersi sotto quella croce, e vedersela caricar su le spalle. Io non posso asserir con certezza, dice il testimonio, di averlo veduto sollevato in aria: asserisco però certamente, che la positura della sua persona era tanto irregolare, che avea qualche cosa di straordinario; ed era indizio, anzi segno manifesto di un fuoco interno non naturale. Era poi frequente il vederlo soavemente immerso in dolce deliquio d'amore dopo gli sfoghi già esposti con un totale abbandonamento delle membra, e come uno che avesse bisogno di chi il sostenesse, quasi dicendo colla Sposa dei sacri cantici: Fulcite me floribus; stipate me malis, quia amore langueo. Vedendolo in tale abbandonamento durarla per qualche spazio di tempo, gli parea vedere in lui rinnovati i soavi deliqui, che letti avea di San Filippo Neri, quando per eccesso d'amore prostravasi in terra, come languente; slacciavasi le vesti per dar qualche sfogo al fuoco interno d'amore, e stavasene come ridotto agli ultimi svenimenti.
In altre chiese, come dei ss. Apostoli, di Santa Prassede, ed altrove gli avvennero pure questi inarcamenti della persona, deliqui, ed estasi, dei quali alcuni si esporranno più opportunamente in altro luogo. Per ora basti quanto si è detto, a conoscere chiaramente, sino a qual termine di forza s'inoltrasse l'amor di Benedetto verso Dio. A gran ragione adunque uno de' suoi confessori di Roma il credette un'anima veramente innamorata di Dio. Un altro parimenti in Roma il dice: Uomo di perfetta carità verso Dio. Cuore acceso da santo amor di Dio. Il P. Temple suo confessore in Loreto: Serafino di amore, pari al Serafico S. Francesco di Assisi. Somiglianti espressioni fan pure altri confessori ed altri autorevoli testimoni, per esprimere l'ardentissimo suo amore verso Dio. I loro attestati dei progressi, che fe' sempre di bene in meglio Benedetto nel cammino della perfezione, mostrano avverato in lui, ciò che scrisse giovinetto a' suoi genitori da Montreville, partito dalla Certosa; assicurandoli così nella sua lettera: Avrò sempre il timor di Dio innanzi agli occhi, ed il SUO AMORE NEL CUORE.
Da quanto sin'ora ho narrato in questi tre capi del suo amore ardentissimo verso Dio, io mi lusingo di dar nel segno, se credo d'essersi in chiunque destati due affetti nel cuore. Il primo d'un compiacimento ammirativo nel vedere in questi nostri tempi tale amore in un povero, abbietto e cencioso. Il secondo d'una qualche brama di amar Dio sul suo esempio. Quanto al primo, è ragionevol cosa il compiacersene col Servo di Dio, e l'ammirarlo per quindi muoversi a pregarlo, che per li suoi meriti ne ottenga pure da Dio qualche scintilla del vasto suo incendio.
Quanto al secondo, se bramiamo veramente sapere come si ama Dio, cel dice l'istesso servo di Dio. Accolto egli una volta ne' suoi pellegrinaggi nella città di Fabriano per carità in casa di persone divote, ed ivi fermatosi per cinque ore, in tutto il tempo della sua dimora parlò dell'amor di Dio con tal grazia, e fervore a' suoi ospiti, che infiammati, compunti, e bramosi il chiesero ad insegnar loro la maniera di amar Dio. Benedetto rispose: che per amar Dio, bisogna aver tre cuori in un sol cuore. Il primo dovea essere tutto amoroso verso Dio parlando sempre di Dio, pensando a Dio, operando per Dio. Il secondo doveva essere tutto amoroso verso il prossimo, procurando d'aiutarlo con carità non solo nel temporale, ma anche nello spirituale colle orazioni, ed istruzioni. Il terzo doveva essere tutto crudo verso sé stesso, procurando sempre di resistere alla propria volontà ed all'amor proprio, castigare le carne con penitenze e digiuni, e vincere le proprie passioni. Così egli. Che questi tre cuori in uno gli avesse in sé Benedetto ad evidenza il dimostra e quanto finora si è detto di sue virtù, e quanto dirassene in appresso.
Con questo triplice cuore era egli giunto a quel supremo grado di amore, proprio dei gran santi, qual'è l'amore disinteressato, amore fino e purissimo; che non mirava il proprio vantaggio né pure spirituale, né pure il guiderdone, che si dà da Dio in cielo a' comprensori: tutto era inteso ad amar Dio per le sue infinite perfezioni, per l'infinito suo merito; ed in tutto ciò, che operava e soffriva, non avea altra mira, che dar gusto e gloria a Dio, null'affatto curando di sé. Così conobbe l'esplorator diligente del suo cuore padre Temple suo confessore altre volte lodato, e così attesta nei processi.
Ma ciò, che principalmente facevalo andare in sante fiamme d'un amor purissimo verso Dio, era il mistero ineffabile della santissima Trinità, per le vivissime cognizioni, e soprannaturali illustrazioni, onde Dio lo aveva abbondantemente favorito, nella maniera propria di viatore; bastando a tenerlo sempre assorto, e come fuor di sé. Per la qual cosa stupivano i confessori nel sentire i termini e le maniere proprie, con cui cercava spiegar loro i sensi sublimi che concepiti ne avea, se in ciò fare interrogato n'era per ubbidienza.
Per questo suo ardentissimo e puro amore alla santissima Trinità, Dio gli dà ora nel cielo una gloria speciale, palesata dall'istesso Benedetto, allorché apparve cinto di gloria ad una monaca moribonda in Sicilia, la quale ottenne dal Signore per i suoi meriti una istantanea guarigione: era egli circondato dagli splendori celesti, con una preziosissima gemma in petto, che avea l'impronta della santissima Trinita, e sì le disse essergli stata quella da Dio conceduta, in premio della divozione, ed amore, che avea professato alla santissima Trinità.
Or se voi sinceramente bramate amare Dio, sia nel vostro il triplice cuore di Benedetto: corrispondete alla grazia, che Dio vi dà, se non pari a quella copiosissima, che fu data a Benedetto, almeno proporzionata al vostro stato, ed impiego; giacché è di fede che Dio dà la sua grazia a ciascuno in quella misura, che gli è in grado. Unicuique nostrum data est gratia secundum mensuram donationis Christi. Beati voi, se corrisponderete: hoc fac, et vives. Miseri, ed infelici, se lascierete inoperosa in voi la grazia del Signore: qui non diligit, manet in morte.
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CAP. X.

Del suo Amore verso l'Umanità Santissima di nostro Signor Gesù Cristo: specialmente verso la sua Passione.

Oggetto del suo amore dopo la santissima Trinità, fu l'Umanità santissima di Gesù Cristo nostro Signore. Considerando il divin Verbo, abbassatosi per amore dell'uomo, vestire umana spoglia, formam servi accipiens in similitudinem hominum factus; stupiva di tal degnazione, e spasimava d'amore verso Dio Uomo, ond'era il parlarne con sensi nati dal cuore infiammato, nelle circostanze, che gli si presentavano, il volerlo da tutti amato; il dolersi dell'ingrata corrispondenza degli uomini a tanto amore, ed il lagnarsene amorevolmente col confessore nel dargli conto della sua orazione per ubbidirlo. Da questo amore derivava il saluto, che costumava fare, dovunque entrasse, o con chi parlar dovesse: Sia lodato Gesù Cristo, ed il rispondere al saluto, che altri coll'istessa sua formola gli facevano, dicendo: Sempre sia lodato Gesù Cristo. Da questo derivava l'aver sovente in bocca il nome santissimo di Gesù, e di Maria; ed il chinare il capo con riverenza, qualor sentivalo nominare da' pergami.
Ebbe origine pure da quest'amore il tenore di vita tanto umile, abbietto e penoso, che intraprese: egli stesso fu costretto a scoprirlo al confessore, quando ne lo richiese. L'abbiezione, l'umiliazione di Gesù Cristo era quella, che più gli toccava il cuore, gli faceva più impressione e gli dava un impulso fortissimo ad imitarlo.
Quindi era il venerarlo bambino con affetti tenerissimi. Ogni anno interveniva alla novena del santo Natale nella chiesa parrocchiale del santissimo Salvatore ai Monti: ma con tale esemplar divozione. qual si attesta somma nei processi, e qual può figurarsi in un'anima penetrata dalle vive cognizioni, che avea dell'abbassamento d'una maestà infinita all'essere d'uomo e bambino. Era parimente suo costume il portarsi di tratto in tratto a visitare il Presepe, dove fu riposto Gesù Bambino, che conservasi nella basilica di Santa Maria Maggiore. Più di questi ossequi esterni dovette piacere a Gesù l'impegno, ch'ebbe sin dalla tenera età, di farsi bambino a sua imitazione, e coll'imitazione animare gli esterni ossequi. Cominciò fin da quel tempo a farsi bambino coll'innocenza battesimale, che conservò sempre; coll'umiltà profondissima interna, non men che esterna; col silenzio, osservando un'esatta custodia della sua lingua, e col totale disprezzo di sé stesso, e delle cose mondane, abbandonandosi tutto nella divina provvidenza, e paterna sua condotta, qual pargoletto in seno della nutrice. Onde nella lettera da me esposta nel Capo X. della prima parte, scrisse a' suoi genitori tra gli altri sensi ancor questo: Molto mi rallegro, poichè mi conduce l'onnipotente... Dio mi assisterà, e mi condurrà nell'impresa, ch'egli stesso mi ha ispirata.
Quantunque egli amasse Gesù Bambino, pure l'oggetto principale delle sue contemplazioni dopo il mistero ineffabile della santissima Trinità, era la passione e morte del divin Redentore. Questa tenevalo assorto in un alto stupore, considerando da una parte la sua grandezza, e maestà; dall'altra l'acerbità dei disprezzi, dei tormenti, la qualità della morte obbrobriosa in croce. Giungeva più volte a venir meno, a cadere in deliquio ed io non dubito punto, che fossero originati più volte da tal dolorosa contemplazione quegli abbandonamenti dei sensi, quegl'inarcamenti della persona, quelle languidezze amorose, che altrove ho narrato. Uno dei confessori, che l'esplorarono su tal punto, attesta, che nel narrargli, obbligato dal comando, i suoi sentimenti nel contemplare la passione del Redentore, mostravasi nel sembiante così afflitto, e compassionevole, che parea dicesse coll'Apostolo: Christo confixus sum cruci; e sebbene il Signore gli si comunicasse con alte e sublimi notizie, pure il suo spirito in quanto alla parte superiore, si ritrovava afflitto sì perché si conosceva scarso di forze e di virtù per corrispondere a tante beneficenze, sì perché conosceva quant'era mal corrisposto dagli uomini un Dio sì amabile e sì amante dell'uomo, morto in croce per l'uomo.
Un altro depone, che Benedetto nel rispondere alle interrogazioni obbliganti intorno alla contemplazione della passione di Gesù, mostravasi così addolorato, come il sarebbe una madre tenerissima, se vedesse il suo diletto figlio ed innocente straziato barbaramente da mano crudele sotto a' suoi occhi. Mostravasi egli così penetrato dalla considerazione della passione del Redentore; e tanto in essa internato, che ne veniva quasi meno dal dolore: onde dice, appropriar bene ad esso ciò, che di S. Francesco scrisse S. Bonaventura: FLEBAT SUPER DILECTO SUO, ET COMPATIEBATUR ILLI ANIMA EIUS. Tal contemplazione era il pane quotidiano di Benedetto. Così il confessore.
Questa contemplazione sì profonda, questa sì viva compassione, non fermavasi nell'interno solamente; spingevalo altresì a due effetti esterni; uno era l'impegno di assomigliarsi a Gesù Crocifisso, portando con lui il duro legno della croce, d'onde proveniva la meschinità dei cenci, solo bastanti a coprirlo per la decenza, ma non a difenderlo dalle inclemenze delle stagioni, le austerità, le penitenze, le asprezze, che continuò costante, sino all'ultimo giorno della sua vita. L'altro era, il prestare all'appassionato Gesù, quanti prestar gli si possano ossequi esteriori da un'anima penetrata dalla compassione de' suoi dolori. Espongo quello che trovo nei processi.
Visitava spesso la Scala Santa, e nel montare colle ginocchia piegate tutti gli scalini versava copiose lagrime, benchè estenuato di forze, assediato dagl'insetti, altrove esposti, tormentato dalle grosse sue natte. Era quasi cotidiana la divozione della Via Crucis nel Colosseo di Roma, ove erano tutti esposti li misteri delle Stazioni, che or facea da sé solo, ora in compagnia degli altri poveri albergati nell'ospizio dell'abate Mancini, sotto la guida di un sacerdote zelante; distinguendosi egli fra tutti specialmente per la modestia e compostezza, indicante l'interno suo affetto, che si tirava con ammirazione lo sguardo di chi osservava quella povera schiera: cosicché sgridando quel sacerdote ora a questo, ora a quel povero della loro immodestia e svogliataggine in un esercizio sì pio, non che sgridasse mai Benedetto, ne restava anzi sommamente edificato al par degli altri spettatori.
Parecchie volte fu pur veduto nell'istesso pio esercizio della Via Crucis nella chiesa d'Aracaeli: e ciò dopo d'aver prima contemplati i misteri della santissima passione, ritirato dietro un confessionale: ma così composto, e divoto, che chi osservollo, con sua somma edificazione, entrato poco dopo in sagrestia, disse ammirato a quanti in essa trovavansi religiosi, aver veduto in chiesa un povero, che visitando divotissimamente la Via Crucis, rassomigliava Gesù Cristo. Era altresì frequente nel visitare nella chiesa di santa Prassede la Colonna, ove fu flagellato nostro Signor Gesù Cristo, riposta in una cappella a parte, e il Crocifisso, che ivi pur si venera. Trattenevasi gran tempo contemplando immobile la passione, e tratto fuor de' sensi fu più volte veduto nell'irregolare situazione della persona colla testa pendente indietro, come altrove abbiamo esposto: la qual cosa cagionò, in chi miravalo attentamente, concetto di un'anima santa, rimanendone al sommo edificato.
Nel lunedì santo di quella settimana stessa, nel cui mercoledì morì, avendo comprato una mezza foglietta di aceto nella bottega, che stava incontro alla porteria di santa Prassede, veduto da molti cominciò a berla. Avvertito da alcuni, che desistesse, potendo da tal bevanda risultarne pregiudizio alla sua cagionevole salute, rispose: Gesù Cristo ne bevette prima di me su la croce, ed in quella settimana avea patito più di me, per amor degli uomini. E così dicendo, versossi in bocca lietamente tutto l'aceto.
Pregollo una volta l'abate Mancini, mentre albergavalo nel suo ospizio in Roma, di portarsi ogni giorno nella basilica di Santa Maria Maggiore, e quivi all'altare del presepe di Gesù fare un'ora di orazione a norma d'una carta che gli darebbe. Ricusò Benedetto candidamente di compiacerlo sul peso di ogni giorno, per non poter con quella compiere, credo io a cagione delle distanze, le cotidiane e lunghe sue orazioni e visite, com'era solito, in altre chiese, e in modo speciale, ov'era esposto il divin Sagramento per le quarant'ore.
Ciò non ostante si esibì pronto anche per ogni giorno, qualora gliene desse il comando. Non giudicò il Mancini comandarglielo: ma convennero, che vi si portasse per giorni soltanto dodici. Ricevuta la carta delle preci, ed osservatala bene, si avanzò Benedetto a pregarlo, che gli desse licenza di far due ore, non una di orazione: e di meditare nel tempo stesso la passione di nostro Signor Gesù Cristo. Volentieri a ciò condiscese con gran piacere il Mancini; ammirando la sua fervorosa divozione verso la passione del Signore. In qual maniera poi egli mirabilmente accordasse nelle sue meditazioni l'infanzia del Signore colla sua passione, dee ciò solo ripetersi dalle particolari illustrazioni di Dio, che lo guidava. Io mi figuro che egli imitasse in questo la santissima Vergine, la quale rivelò a santa Brigida, che quante volte rimirava le mani, i piedi, la bellezza del suo santissimo figlio Bambino Gesù, altrettante sentiva trapassarsi il cuore dalla spada del dolore, rammentandosi quanto predetto aveano i profeti, a lei ben noto per la perfetta intelligenza delle divine scritture, intorno alla futura passione del suo amabile Figliuolo: quoties aspiciebam Filium meum, toties animus meus novo dolore absorbebatur; quia cogitabam, quomodo crueifigeretur. Che che sia di questa mia riflessione, io ammiro in tal fatto non solo ciò che ammirò il Mancini, la sua fervorosa divozione verso la passione del Signore, ma la sua ubbidienza, la sua candidezza, e delicatezza di coscienza: il suo amore all'orazione, di cui per quanta ne facesse, restavane sempre famelico.
Era finalmente sua divozione speciale, il porsi ogni mattina nelle piaghe del Crocifisso: in foraminibus petrae, che sono le sue piaghe: in caverna maceriae, ch'è la piaga del costato; ed in esse vivere contentissimo tra le tante sue austerità, tenendo coll'Apostolo, come sua vita, il Crocifisso: mihi vivere Christus est: sicuro scudo dagli assalti del nemico infernale, e dai pericoli del mondo.
In questo tenero amore verso l'appassionato Signore fu egli costante sino alla morte. Leggo nei processi un atto, che molti in sé ne contiene in ossequio della passione del Redentore, praticato due anni prima che morisse, cioè nel 1781. Avea egli fatto il solito viaggio da Roma a Loreto: avea in quello impiegati ben ventidue giorni facendolo a piedi, e sofferendo gravi disagi a cagion delle nevi, de' geli e del freddo, che in quell'anno corse rigidissimo, ed ei niente difeso da que' miseri cenci, che si portava indosso, con calzette lacere e sino a mezza gamba, con le scarpe sdrucite, giunse finalmente in Loreto nel giovedì santo, sul dopo pranzo. Incontratosi causalmente con la sua albergatrice Barbara Sori, questa invitollo ad entrare in sua casa, riscaldarsi al fuoco, e ristorarsi con poco di cibo. Ma egli disprezzando generosarnente la cura del suo corpo, e niente afflitto de' sofferti patimenti, né della presente stanchezza, non del digiuno, non del freddo, ricusò le sincere esibizioni per correr tosto a visitare la santisssima Vergine, promettendo che tornerebbe la sera. Tornò, cenò pochissimo: né pur tanto, quanto si permettesse per colazione dalla santa chiesa. Sentendo, che la mattina del venerdì santo dovea farsi in chiesa di buonissima ora la predica della passione, negando all'affannato suo corpo il dovuto riposo, portossi sollecito a quell'ora in chiesa: ascoltò la predica; e può figurarsi ognuno con qual commozione di affetti; proseguendo a trattenersi in chiesa sino al serrarsi delle porte la sera, ritornando quindi a casa. Era già preparata la cena: ma immerso egli nelle considerazioni dei patimenti del Signore, e tutto in sé divotamente raccolto, punto non vi si appressava. Stimolato dall'albergatrice, rispose con sembiante mestissimo: e questa vi pare sera da cenare? Ah! nostro Signore ha molto patito in questo giorno, e volete ch'io ceni? E' vero, rispose quella, ma noi se non mangiamo, non saremo buoni né pure a far l'orazione: venite pure, cenate. Così ubbidendo appressovvisi, nulla però volendo assaggiare delle preparate vivande: solo chiese per carità un poco d'erba cruda, un tozzarello di pane, un bicchier d'acqua: questa fu tutta la sua cena. Io non dubito, che attesa la sua prontezza nell'ubbidire, per la sperienza, che già ne avea l'albergatrice, avrebbe fatto egli uso de' preparati cibi, se glie ne avesse fatto ella un comando; ma nol volle già fare, come disse dipoi al suo consorte, per condiscendere quella sera alla sua divozione in un tempo cotanto sacro.
Dopo la scarsa cena, stando tutto assorto nelle pene del Redentore, udite nella predica e contemplate profondamente, replicò come in compendio la predica in casa: ma con tal fervore, che operò gran commozione di affetti ne' suoi domestici uditori, dando loro un grande argomento della sua tenera divozione alla Passione di Gesù. Tutto poi il giorno del sabato santo fu speso da lui orando in chiesa, non ritornando che la sera a cena. Qui furongli d'intorno a pregarlo, che la mattina seguente di Pasqua si contentasse di portarsi a pranzare in casa da povero, (avendo gli albergatori il pio costume di tenere a pranzo nelle solennità maggiori qualche povero); ma egli non acchetandosi alle importune preghiere, supplicolli anzi umilmente a lasciarlo in libertà, promettendo sì bene tornar la sera a cena: come di fatti mantenne, essendosi fermato tutto il giorno contemplando in chiesa con meraviglia, ed edificazionc somma degli albergatori, e di quanti l'osservarono.
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