
LE CITTÀ E GLI
OCCHI. 2.
È l’umore di chi la guarda che dà alla città di Zemrude la sua forma. Se ci passi fischiettando, a naso librato dietro al fischio, la conoscerai di sotto in sù: davanzali, tende che sventolano, zampilli. Se ci cammini col mento sul petto, con le unghie ficcate nelle palme, i tuoi sguardi si impiglieranno raso terra, nei rigagnoli, i tombini, le resche di pesce, la cartaccia. Non puoi dire che un aspetto della città sia più vero dell’altro, però della Zemrude d’in sù senti parlare soprattutto da chi se la ricorda affondando nella Zemrude d’in giù, percorrendo tutti i giorni gli stessi tratti di strada e ritrovando al mattino il malumore del giorno prima incrostato a piè dei muri. Per tutti presto o tardi viene il giorno in cui abbassiamo lo sguardo lungo i tubi delle grondaie e non riusciamo più a staccarlo dal selciato. Il caso inverso non è escluso, ma è più raro: perciò continuiamo a girare per le vie di Zemrude con gli occhi che ormai scavano sotto alle cantine, alle fondamenta, ai pozzi.
Italo Calvino
da
"Le città invisibili"
Lo stato d’animo come chiave di lettura della città e quindi anche delle descrizioni di città può essere un criterio per una lettura dei più famosi romanzi di Federigo Tozzi.
Piuttosto
apprezzato dai contemporanei (ad ex. Pirandello) soprattutto per il suo
interesse ai particolari psicologici e per la sua visione "da dentro"
delle vicende, fu però anche accusato di autobiografismo ed "eccessi
psicologici". Dopo la sua morte una parte delle critica (Borgese, Russo,
etc.) pose l’accento principalmente sul confronto del modello verista o
addirittura regionalista, perdendo di vista il vero obbiettivo di Tozzi, cioè
quello di rappresentare le vicende psichiche che portano i suoi personaggi all’inettitude;
mentre gli intellettuali di "Solaria" cercarono di recuperarne
la prospettiva europea, riconoscendo nelle tematiche da lui sviluppate
collegamenti con grandi scrittori come Kafka, Müsil, Joice, Mann, Svevo, Proust.
La critica moderna mette oggi in risalto altri aspetti di Tozzi, come l’espressionismo,
la rappresentazione allucinata della realtà, le "patologie
psicologiche" dei personaggi (grazie all’intervento di Debenedetti con
"Il personaggio uomo"), la centralità dell’io e il "realismo-simbolico".[A]
Tozzi infatti utilizza le forme tradizionali del realismo per esprimere una sua particolare visione della realtà (in particolare circa il problema dell’inadeguatezza, della difficoltà a vivere, della piccolezza) calando in questa prospettiva l’ambito in cui vive, cioè Siena (oppure Roma ne "Gli Egoisti").
L’opera tozziana, come fa notare Pasquale Voza,[B] è un’incessante interazione tra "spunti regionali" e "significati universali" (espressioni dello stesso Tozzi), dove il microcosmo si dilata fino ad inglobare il macrocosmo.
Anche l’aspetto autobiografico, talvolta messo al centro della produzione di questo autore, passa in secondo piano pur non perdendo di importanza: è solamente un’altra metafora per porre con forza e angoscia l’idea della difficoltà della vita.
Molto evidente, infatti, è l’analogia fisico-psichica [C] tra l’inettitudine, il torpore dell’anima di molti dei personaggi dei romanzi di Tozzi (primo fra tutti Pietro, il protagonista di "Con gli occhi chiusi") e la descrizione di alcuni scorci di Siena, raffigurata spesso come tutta raccolta in sé e inaccostabile. La realtà provinciale in cui si muovono i personaggi fa da sfondo alla loro destino di solitudine e cecità.
"Stava a giornate intere, solo, in casa; guardando, con la faccia sui vetri, il sottile rettangolo di azzurro tra i tetti. Quell’azzurro sciocco, così lontano, gli metteva quasi collera; [...]E allora sentiva il vuoto di quella solitudine rinchiusa in uno dei più antichi palazzi di Siena, tutto disabitato, con la torre mozza sopra il tetro Arco dei Rossi; in mezzo alle case oscure e deserte, l’una stretta all’altra; con stemmi scolpiti che nessuno conosce più, di famiglie scomparse;"
Con gli occhi chiusi
E anche quando la città offre i suoi lati migliori, più aperti e più belli, questi servono solamente da sfondo di contrasto con la psicologia di tali personaggi, acuendo addirittura il loro senso di smarrimento di fronte alla vita.
"Andava verso la città sovra la quale si raccoglieva una dolcezza d’azzurro, tra le colline l’una più soave dell’altra. Quella bellezza meravigliosa l’umiliava"
Con gli occhi chiusi
Il rapporto tra Tozzi e la sua città natale è sempre stato ambivalente, potrebbe assomigliare allo struggimento di un innamorato tradito.
Tozzi ha amato Siena nei suoi vicoli storti e nei suoi baratri scoscesi, nelle sue piazze ariose e nelle torri slanciate, ma da Siena ha sempre cercato di fuggire, sia per le poche opportunità che offriva (allora come oggi) sia per evadere da ciò che Siena rappresenta nel suo immaginario, cioè l’immobilità, la tradizione, l’abitudine.
Siena come habitus, come una droga, un narkoticon [C] che spenge ogni iniziativa inebriando i suoi abitanti di se stessa e della sua indubitabile bellezza.
"La mia anima, per aver dovuto vivere a Siena, sarà triste per sempre: piange, pure che io abbia dimenticato le piazze dove il sole è peggio dell’acqua dentro un pozzo, e dove ci si tormenta fino alla disperazione.
Ma i miei brividi al tremolio bianco degli olivi! E quando io stavo fermo, anche più di un’ora, senza saper perché, allo svolto di una strada, e la gente mi passava accanto e mi pareva di non vederla né meno!
Città, dove la mia anima chiedeva l’elemosina, ma non alla gente! Città, il cui azzurro mi pareva sangue!"
Bestie
Una droga da cui Tozzi non riuscirà mai a liberarsi, neanche a contatto con le grandi città come Firenze e soprattutto Roma, nelle quali vedrà sempre, come allucinazioni, riflessi della sua Siena.[D]
Questo rapporto conflittuale caratterizza anche i comportamenti di molti dei personaggi di Tozzi: per questo le sue scenografie non sono solo "ad alto coefficiente pittorico" piuttosto tendono a realizzare "un progetto speculativo diretto ad interpretare il destino dei suoi personaggi"[E]
"Il vento frusciava nei giardini e negli orti a pie’ delle case, dentro la cinta delle mura di Siena. Si sentiva chiudere qualche persiana sbattendo; e c’era un piccolo eco affilato e rauco che ripeteva pazientemente in fondo agli orti quel rumore; come se andasse ad appiattirsi laggiù; dove gli archi de’l fonte di Follonica s’interrano fino a mezzo; impiastricciati di muschi che si sfanno con il tartaro dell’acquiccia. L’erta delle case, silenziose, morte, non sentiva le foglie di un gran tiglio, sotto la finestra della camera, staccarsi l’una dopo l’altra, senza che potessero smettere più"
Tre Croci
Le "cose" descritte dal Nostro non sono mai statiche e prive di vita, anzi, partecipano attivamente alle azioni diventandone parte integrante in quanto "gli elementi della realtà sono compartecipi del vivere umano, in un sodalizio intimo che li definisce attori a pino titolo dell’evento".[E]
In "Con gli occhi chiusi", però, Pietro alla vista della prossima maternità di Ghisola fugge dal mondo che la sua immaginazione si era andato creando, riuscendo a interporre una distanza tra la realtà e la visione quasi onirica; mentre i fratelli Giambi, protagonisti di "Tre Croci", vedono in tutto ciò che li circonda solo inganno, lussuria, gola, sovrapponendo così in modo definitivo i due campi e perdendo la loro identità.
In tutta l’opera di Tozzi, ma soprattutto in quest’ultimo romanzo, sembra esistere soltanto il mondo interiore del personaggio: tutto ciò che ne è al di fuori è solamente la dilatazione dell’interiorità dell’attore. L’uomo e le sue emozioni diventano la misura e la dimensione del mondo, [E] un po’ come in Malraux, Sartre, Camus, Durrell e altri.
Questo processo (.........) si può facilmente notare anche in "Bestie" se "il libro non viene letto come frammenti di storie possibili ancora allo stadio embrionale, ma come l’unica possibile vicenda di un io frantumato e diviso nei suoi innumerevoli e rapidissimi stati d’animo".[A]
Per "Bestie" l’analogia fisico-psichica si allarga: non più solo uno scenario cittadino come secondo termine di paragone, ma ogni elemento che, allo stesso tempo, può essere segno e simbolo di un’emozione.
"Ecco la sera, quando le cose della stanza doventano pugnali che affondano nella mia anima; maniche che mi attendono.
Qualche altra volta mi erano sembrate - libri, tavoli, sedie, tagliacarte, cuscini, lampade, pareti - poemi immensi.
Mai, in nessun modo, sono riescito ad essere indipendente dinanzi a loro."
Bestie
La percezione diventa più importante dell’oggetto percepito,[A] il personaggio è colui che filtra le cose attraverso i suoi stati d’animo. Spesso le descrizioni sono allucinate perché la "scissione" sta proprio nel personaggio stesso che non riesce a distinguere la dimensione interna da quella esterna. Proprio questa "disgregazione psichica" porta i personaggi tozziani all’inettitudine e all’incapacità di agire.
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