| biografie |
| CENNI DI PEPO DETTO CIMABUE (Firenze?, 1240/50 ca - Pisa?, 1302) |
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Le
notizie attualmente in nostro possesso non permettono di
conoscere con precisione la vita dell'artista nella seconda metà del
XIII secolo. Due
date giunteci attraverso documenti dell'epoca sono
in pratica
i soli indizi in grado di indicarci l'arco cronologico della sua
produzione: Cimabue è menzionato in un documento romano del 1272 e
si testimonia inoltre la sua presenza a Pisa negli anni 1301-02
allorché egli assume l'incarico di eseguire, oltre
ad altre
commissioni, la
figura a mosaico di San Giovanni nell'abside della cattedrale. Si sa
inoltre che lavorò, intorno al 1285, alla decorazione delle
basiliche superiore e inferiore di San Francesco in Assisi. È
necessario usare grande precauzione nel ricostruire la genesi della sua
opera, diffidando di interpretazioni fantastiche di alcuni periodi
oscuri della sua vita o di valutazioni troppo schematiche; lo stesso
atteggiamento va tenuto nei confronti delle affermazioni del Vasari,
tendenti a mitizzare la figura artistica e umana
del grande
pittore toscano. Tuttavia non è impossibile tracciare un quadro
generale dell'evoluzione artistica di Cimabue. Risale verosimilmente al
periodo del viaggio romano (1270-75) l'elaborazione
di uno
stile originale
sorto come reazione alla «maniera greca» bizantineggiante assai
diffusa in quel periodo a Firenze e in
numerose città
italiane. Lo stile
di Costantinopoli si era diffuso in Italia con l'afflusso degli artisti
orientali che
emigravano a
causa dell'affermazione
degli iconoclasti. Alla fine del XIII secolo la fonte ispiratrice
della loro arte, i cui modelli erano stati tramandati di generazione in
generazione senza che vi si apportassero sostanziali innovazioni,
appariva ormai inaridita. Il
giovane Cimabue compie il suo apprendistato di pittore e mosaicista in
questo ambiente. L'aneddoto del piccolo
Cenni che
si allontana dalla
scuola per ammirare i Greci venuti a restaurare le decorazioni della
cattedrale fiorentina
testimonia assai
bene, pur
nei toni leggendari
del racconto vasariano, l'atmosfera culturale della Firenze di quegli
anni. Cimabue prende così a prestito dalla tradizione bizantina i
diversi modelli iconografici: i
grandi crocifissi,
le ieratiche immagini della Vergine e i «dossali» d'altare. I
crocifissi sono le opere più antiche; in quello conservato al museo
dell'Opera di Santa Croce a Firenze,
gravemente danneggiato
dall'inondazione del 1966, la disposizione a «S» della grande figura
dolorosa del Cristo sembra staccarsi dalla croce
le cui estremità hanno
la forma
di piccole icone raffiguranti la Vergine e San Giovanni;
l'impassibile solennità dei modelli orientali sembra ripiegarsi su se
stessa assumendo, come il volto dell'evangelista, un atteggiamento
pensoso. L'originalità di questa visione iconografica può forse essere
messa in relazione col soggiorno romano dell'artista; in molti centri
italiani infatti (la Siena di Duccio, la Pisa dei nuovi scultori,
la Roma di Pietro Cavallini, attivo tra il 1270 e il 1330) fervevano
intense ricerche artistiche. Ad
Assisi, dove vari importanti pittori partecipano alla decorazione della
basilica di San Francesco, Cimabue entra in contatto diretto con
l'architettura (si
tratta infatti
di dipingere a fresco) inserendo in essa le immagini a lui più
congeniali: un disegno più
morbido determina
forme più
ampie ed espressive
non senza una certa influenza dei ritmi gotici. Ragazzo
prodigio nel racconto di Vasari «...
crescendo, per esser giudicato dal padre e da altri
di bello
e acuto ingegno, fu mandato, acciò si esercitasse nelle lettere,
in S. Maria Novella a un maestro suo parente, che allora insegnava
grammatica a' novizi di quel convento; ma Cimabue in cambio d'attendere
alle lettere, consumava tutto il giorno, come quello che a ciò si
sentiva tirato dalla natura, in dipingere, in su' libri et altri fogli,
uomini, cavalli, casamenti et
altre diverse
fantasie; alla quale inclinazione di natura fu favorevole la
fortuna; perché essendo chiamati in Firenze, da chi allora governava la
città, alcuni pittori di
Grecia, non per altro, che per rimettere in Firenze la pittura più
tosto perduta che smarrita,
cominciarono, fra l'altre
opere tolte a far nella città, la cappella de' Gondi, di cui oggi le
volte e le facciate sono poco meno che consumate dal
tempo, come
si può vedere in S. Maria Novella allato alla principale
cappella, dove ell'é posta. Onde
Cimabue, cominciato a
dar principio a
questa arte
che gli piaceva,
fuggendosi spesso dalla scuola, stava tutto il giorno a vedere lavorare
que' maestri; di maniera che, giudicato dal padre e da quei pittori in
modo atto alla pittura, che si poteva da lui
sperare, attendendo a quella professione, onorata riuscita; con
non sua piccola soddisfazione fu da detto suo padre acconciò con esso
loro; là dove di continuo esercitandosi, l'aiutò in poco tempo
talmente la natura, che passò di gran lunga, sì nel disegno come nel
colorire, la maniera de'
maestri che gli insegnavano». Giorgio Vasari. |