| biografie |
| GIORGIO DE CHIRICO (Volos, 1888 - Roma, 1978) |
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«Pittore
e scrittore, filosofo e poeta»: così lo definisce Isabella Far, moglie
e collaboratrice dell'artista, introducendo il volume edito da Mondadori
sulla vita e le opere di De Chirico un anno dopo la sua morte. Certo la
sua opera è al centro di discussioni
e polemiche:
pregiudizi e
incomprensioni permangono nonostante le analisi di ormai numerosi
critici. C'è chi fa terminare la sua arte
all'epoca metafisica:
sarebbe troppo semplicistica la soluzione e la comprensione di un
artista che di se stesso dice «Et quidi amabo nisi quod aenigma
est? » (E cosa amerò se non ciò che fosse enigma?). La sua
vita fu lunga, ricca di esperienze personali e di lavoro; passò
attraverso situazioni storiche e artistiche diverse e nonostante tutto
«l'arte è stata
per lui quotidiano apprendimento. In un epoca che ha rifiutato e
tradito la grande tradizione pittorica del passato, De Chirico è il
pittore che ha avuto la volontà e
la capacità di
rispettarla» scrive ancora
Isabella Far. Apprendistato
tedesco: maturazione metafisica Dopo
la morte del padre, la famiglia ritornò in Italia, la data non è certa
perché è discordante tra le Memorie e la prima autobiografia,
scritta con la collaborazione del fratello minore Andrea, che utilizza
lo pseudonimo di Alberto Savinio. Fu a Firenze che presumibilmente nel
1905, quando frequentò l'Accademia di belle arti; visitò poi alcune
città fra cui Venezia e Milano; non capì allora nulla dei capolavori
veneti, mentre fu impressionato dalle opere di Segantini e di Previati.
Lo colpirono soprattutto la «poesia e la metafisica» dei due artisti,
anche se capì solo più tardi la qualità
della loro
materia pittorica e ne sentì l'infinito mistero. A diciott'anni
partì per Monaco in Germania sentendo l'urgenza di «un insegnamento
più metodico e disciplinato» e vi frequentò l'Accademia
interessandosi molto anche
di letteratura e filosofia tedesca, visitando i musei la sera e
frequentando le sale da concerto. Fu
affascinato da
Böcklin e
Max Klinger, ma anche dal senso del superuomo di Nietzsche, dal
pensiero di Schopenhauer, dal quale tradurrà
alcune poesie,
infine da
Otto Weininger. Ritornò a Milano dove dipinse «quadri di sapore
böckliniano»: città, lotte di Centauri, personaggi marini;
di questo periodo è l'Autoritratto
(1908 - 1911) con l'epigrafe niciana. Quando
nel 1910 si trasferì a Firenze, il periodo böckliniano era ormai
passato; iniziò a dipingere soggetti con i quali si esprimeva il forte
e misterioso sentimento scoperto nei libri di Nietzsche: Enigma
di un pomeriggio d'autunno (1910), il quadro per la cui
composizione è importante annotare la rivelazione che ebbe
trovandosi in piazza S. Croce a Firenze «allora ebbi la strana
impressione di guardare quelle immagini per la prima volta, e la
composizione del dipinto si
rivelò all'occhio della mia mente. Ora ogni volta che guardo
questo quadro rivedo ancora quel momento. Nondimeno il momento è un
enigma per
me, in quanto inesplicabile. Mi piace chiamare enigma l'opera da
esso derivata» Fu l'inizio di dell'esperienza metafisica «al
di là
delle cose fisiche», l'enigma metafisico si nasconde nelle
architetture o negli eventi: L'enigma dell'oracolo (1910); L'enigma
dell'ora (1911); La
meditazione del mattino (1912);
La meditazione autunnale
(1912). In qualsiasi
cosa una
arcata, una
statua, un
manichino, un ombra può trovarsi l'aspetto spettrale ed eterno del
momento filosofico dechirichiano. Recatosi a Parigi nel
1911 i
suoi quadri ottennero successo e qualche lode da parte dei
critici, anche se non ne fu venduto neppure uno. Nel
frattempo, nel
1913, conobbe
Guillaume Apollinaire che lo consigliò di esportare agli Indépendants
alcuni quadri, elogiati per
essere molto
«decorativi» ma affatto
compresi, tanto che alcuni artisti gli predissero grande successo come
scenografo. Lo stesso anno espose al Salon d'Automne e vendette un
quadro: era la prima volta. il clima culturale
di Parigi
accoglieva allora le esperienze del cubismo e del futurismo
espressi poi dialetticamente dallo stesso Apollinaire;
gli artisti
disprezzavano l'arte ufficiale esposta nei Salons minori; si
affermavano le nuove tendenze dell'arte astratta: una città di spirito
«moderno» che
colpì De Chirico il quale scrisse di avere l'impressione di
essere in una grande scatola a sorpresa, di trovarsi di fronte a
una scena
di un teatro
meraviglioso dallo scenario del grigio tenerissimo della nebbia che
unisce il cielo alla terra e alle costruzioni grigie opera degli uomini.
Nel mistero della modernità di
Parigi De
Chirico lavorò
intensamente maturando la sua filosofia metafisica in un accavallamento
tra realtà e memoria, mitologia e iconografia. L'artista
afferma di voler dipingere l'Italia,
guarda con
l'occhio della mente la città che lo ospita, in una visione
appunto «metafisica»: La
melanconia d'una bella giornata
(1912-1913); La
stanchezza dell'infinito (1912-1913); Il
pomeriggio di Arianna (1913); Piazza
d'Italia (1913); L'enigma
di una giornata (1914);
Composizione Metafisica (1914);
Canto d'amore (1914); Manichini con torre rosa
(1915). La sua pittura si approfondisce:
inizia nel corso del
1913 il metodo ciclico. Molte torri, la scultura greca si accavalla allo
spazio che si dilata sempre più nella
definizione di
«architettura metafisica», mentre le piazze d'Italia si allargano in
una visione prospettica di ombre sempre più minacciose. Infine
fa la sua
apparizione il manichino, variante della statua:«un oggetto che
possiede a un dipresso l'aspetto dell'uomo, ma senza il lato movimento e
vita; il manichino è profondamente non vivo e questa sua mancanza di
vita ci respinge e ce lo rende odioso. Quando un uomo sensibile guarda
un manichino egli dovrebbe essere preso da un desiderio
frenetico di
compiere grandi azioni... Il manichino non è una finzione, è una
realtà, anzi una realtà triste e mostruosa» Così spiegherà De
Chirico nel 1942. Affermazione
della metafisica All’inizio
dell'estate 1915, spinti dallo stesso impulso che aveva fatto arruolare
Apollinaire nell'esercito francese, De Chirico con
il fratello partirono per presentarsi al distretto militare di
Firenze e «appartenere a
un paese, a una razza e avere un passaporto in regola». Furono
destinati a Ferrara
«città quantomai
metafisica», bella
e malinconica, da dove però De Chirico continuò a comunicare
con Parigi attraverso un carteggio
Paul Guillaume,
il primo
mercante di
De Chirico, al quale promise e mandò i quadri dipinti tramite la
madre, annunciandogli una sua nuova pittura: «Sono assalito da
rivelazioni e
ispirazioni». Conobbe il marchesino Filippo Tibertelli De Pisis, non
ancora pittore, che l'11 ottobre 1916 scrisse sulla «Gazzetta
Ferrarese» il primo articolo in Italia sull'artista: «I suoi ultimi
quadri dai colori pretti e dalle forme taglienti sono la realizzazione
dell'attimo in cui fra
il rombare opprimente
della vita
moderna l'occhio acuto percepisce e scruta e fissa gli aspetti di
questa vita moderna con spontaneità bambina e pure riflessa». Nel
clima culturale
ebreo di Ferrara De Chirico scoprì anche una nuova religione e i suoi
quadri si arricchirono di un nuovo soggetto:
Venerdi Santo
(1915); Nature morte evangelique (1916); L'angelo ebreo (1916). Nel
1917 De Chirico e Carlo
Carrà si ritrovarono insieme
nell'ospedale Villa
del Seminario per malattie nervose: furono «strani mesi»,
ricchi di nuove emozioni creative: Ettore e Andromaca (1917); Il
trovatore (1917); Le
muse inquietanti (1918). Il
periodo di «Valori Plastici» Già
nel 1918 si avvertiva l'esigenza di una nuova rivista che raccogliesse
le energie del dopoguerra. De Chirico scrisse una
specie di editoriale e finalmente la rivista «Valori
Plastici» (pubblicata a Roma tra il 1918 e il 1922) trovò in
Mario Broglio, pittore e critico
d'arte, il suo direttore e mecenate. I «valori»
furono individuati nella tradizione italiana e registrando i
fatti della cultura europea, la rivista ne diventò un apprezzato punto
d'incontro, un organo delle
ricerche più nuove. De Chirico firmò un contratto di collaborazione
che lo portò a preparare sei scritti: Zeusi
l'esploratore, una
prosa lirica; Sull'arte
metafisica; Impressionismo;
Il ritorno al mestiere; con la
sua esplicita affermazione «Pictor
classicum sum»;
Il senso architettonico nella
pittura antica; La mania del
Seicento. Intanto tra il 1919 e il 1921 cedette
tutta o
quasi la
sua produzione a
Broglio e tra il 1918 e il 1922 tenne alcune importanti mostre, restando
però amareggiato dalle critiche:
I
pesci Sacri (1918);
parecchi Autoritratti, uno dei
quali reca la scritta «Et quidi amabo nisi quod metaphysica est?» (E
che cosa amerò se non la metafisica delle cose ?) e i quadri con temi
che si rifanno al mito del viaggio,
del destino «quel destino che finora mi ha costretto di andare sempre
di gente in gente». Roma-Firenze.
Parigi Scrive
di lui Alain Jouffroy «un grande maestro che non ha seguaci. Non
raccoglie mai suffragi unanimi. Impensierisce perché si situa al di
fuori del
presente. Impedisce
che intorno
a lui si lascino
cristallizzare certezze, opinioni mode pericolose». In effetti dopo
l'esperienza classica di «Valori plastici» si aprì per De
Chirico un nuovo
periodo di ricerche: dal periodo romantico durante la sua permanenza a
Roma e Firenze, in cui si
riaccostò a
Böcklin con
le ville, le nature morte, i personaggi antichi; al periodo di
crisi del 1925, in cui entrò a Parigi nel
gruppo dei surrealisti,
un brusco
cambiamento sia tecnico che stilistico; alle nuove mitologie del felice
periodo parigino. Tra il 1926 e il 1927 nacquero infatti alcuni cicli
nuovi: temi classici
dipinti con
materia liquida
a tratto veloce: Mobili
nella Valle (1927), in cui si riprende il tema del trasloco. Nel
1928 fu l'anno dello scontro con i Surrealisti che erano già stati
definiti dall'artista «gente cretina e ostile»;
mentre gli furono
dedicati tre volumi tra cui il testo di Jean Cocteau, Il
mistero laico, che è la prima
importante analisi
dopo quelle
di Apollinaire e Breton e riporta cinque disegni di De Chirico: I
mobili della valle, I Cavalli
sulla spiaggia, Paesaggi in
una stanza, Trofei, Archeolog". La
sua attività, sempre frenetica, registra un racconto o testo
autobiografico a carattere onirico e fantastico: Hebdomeros
(1929) che apparve prima a puntate sulla rivista d'avanguardia «Bifur»
e poi
in volume. «Egli
amava la
logica e l'ordine
più dell'armonia» precisa l'autore del testo più surrealista, in
polemica evidente con i surrealisti. Inoltre iniziò la sua
collaborazione con il teatro preparando le scene e i
costumi per
il balletto Le Bal con
la ripresa dei temi noti. A cavallo degli anni Trenta si legò agli
«Italiani di Parigi», in un
ideale richiamo
ai valori costruttivi dell'arte italiana. Per l'editore Gallimard
eseguì 66 litografie che illustravano l'edizione dei Calligrammes
di Apolinnaire, una delle più alte e più variegate prove fantastiche
di De Chirico. In
questi anni conobbe Isabella Packswer (in arte Isabella Far) e nel
periodo d'intermezzo italiano si impegnò con
la pittura murale
nel palazzo della Triennale di Milano dove, nel 1933, eseguì con la
tecnica della tempera all'uovo La cultura del tempo. Approfondì
la ricerca tecnica studiando i vecchi trattati e scritti sulla pittura;
nel 1934 preparò scene e costumi per la Figlia di Jorio di Gabriele
D'Annunzio messa in scena da Pirandello. Si fanno frequenti i temi
mitologici e i nudi classici e quando nel 1935 partecipò con molti suoi
lavori alla Quadriennale di
Roma, Bagnanti sopra
una spiaggia (1935) attirò l'attenzione del Duce. Il tema ormai
frequente del mistero è applicato, nelle dieci litografie del testo di
Cocteau, Mythologie, al mare,
al fiume,
alle cabine
con esseri
mitologici o borghesi. Nel 1935 salpò da Genova New York dove «mi
sembrava di essere morto e rinato in un altro pianeta»
e alternò
la ricerca sperimentale con lo stile neoclassico del 1930. Qui
ricevette la notizia della morte della madre; tornato in Italia, espose
a Roma, a Milano, a Genova.
Il periodo della guerra 1940-45, lo trascorse tra Firenze e i dintorni
di Roma, non tralasciando di dipingere quadri
di soggetto realista: Le
due cognate (1940); L'estate
(1940); soprattutto le venti litografie dell'Apocalisse
(1941) e iniziando il ciclo dei quadri «barocchi». Del
1942 è il
famoso Autoritratto
nudo seduto,
dipinto con l'olio emplastico, «che è forse la pittura più completa
che io abbia eseguito finora». Nello stesso anno si pubblicò la
prima edizione italiana di Ebdomero,
mentre era già uscito l'altro racconto autobiografico Il
Signor Dudron (1940) poi tradotto
in Francia
nel 1945. «Ma
venne il 4 giugno 1944. Gli ultimi ectoplasmi dagli occhi glauchi e
murati erano spariti..... Si poté
uscire e
vivere come uomini»
e insieme a una intensa attività letteraria: Ricordi
di Roma (1945); Memorie della
mia vita (1945; 1962 per Rizzoli con
l'aggiunta della seconda parte a un trattatello di tecnica della
pittura); studiò con rinnovato interesse la tecnica, tanto che i quadri
di questo periodo recano sempre sul telaio o
dietro la
tela l'appunto
sulla tecnica impiegata. Fra il 1943 e il 1952 si intensificò il
rapporto con la scena e dipinse fondali per
la Scala
di Milano,
il Maggio Musicale
Fiorentino, l'Opera di Roma. Dagli
anni Cinquanta, stabilitosi definitivamente a Roma, iniziarono le cause
per i
falsi, mentre si accentuava da parte dell'artista la polemica
verso l'arte moderna, già sottolineata nella raccolta di scritti Commedia
dell'arte moderna (1943).Dopo il periodo «barocco» dai numerosi
autoritratti e ritratti,
cavalli e soggetti sacri, scene mitologiche, De Chirico visse un nuovo
periodo neometafisico: La
solitudine di Oreste
(1968); Oreste e Pilade
(1969); Ritorno al castello
avito (1970) che si concluse con la mostra a Palazzo Reale a
Milano nel 1970. De Chirico
si spense il 20 novembre 1978 a Roma. I suoi ultimi quadri, in
particolare Fin de siècle
(1972), contengono nuovi enigmi e presentimenti. |