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Con il metodo dello storico,
Giuseppe Fiori ha ricostruito gli snodi fondamentali della
carriera imprenditoriale di Silvio Berlusconi, ora clamorosi
ora controversi: dagli esordi nell'edilizia alla complessa
struttura finanziaria della holding, dalla prima televisione
via cavo alla legge Mammì, dall'incursione francese con la
Cinq alla scalata della Mondadori. Senza trascurare episodi
che illuminano la sua personalità e ne caratterizzano il
comportamento: cercando continuità e svolte, Fiori scava
nell'adesione alla P2 e nel rapporto con Craxi, ma anche
nell'avventura sportiva come presidente del Milan.
recensione di Corrias, P., L'Indice 1995, n. 8
recensione pubblicata per l'edizione del 1995
Per l'appunto un venditore. Di molte cose (apparentemente)
diverse: case, intrattenimento tv, calcio, pubblicità e
infine politica. Non lasciatevi ingannare, in realtà
venditore di una cosa sola, declinata infinite volte: il suo
sorriso. Uno smagliante sorriso che desidera; una visione
del mondo a trentadue denti.
Silvio Berlusconi è un caso umano, prima che politico. Uno
dei più avvincenti casi umani di questa nostra Italia,
scandita dal nero dei misteri e dal rosa di una spensierata
allegria, rivoluzionaria senza mai una rivoluzione,
ruminante, ma anche pronta a digerire, propensa al presente
e perciò diseducata alla memoria.
Agli smemorati viene in soccorso Giuseppe Fiori con il suo
"Il venditore. Storia di Silvio Berlusconi e della
Fininvest", biografia molto poco autorizzata,
appassionante repertorio di un'ascesa. E incidentalmente di
un declino.
L'ascesa è di Silvio, partito dal quartiere Isola di Milano
con gli aspirapolvere e le crociere, arrivato a Palazzo
Chigi. Tutt'altro che una favola, semmai un intreccio di
affari, fortuna, bravura, innovazione, azzardi, megalomania,
che Fiori sbroglia come uno spago. Restituendoci il gomitolo
degli anni ottanta di cui Silvio è stato un protagonista,
cresciuto sotto il padrinaggio di Bettino Craxi.
E già stato detto e scritto molto sulle mirabolanti
avventure di Berlusconi, ma fino a oggi, nulla ne riassumeva
con più efficacia, con più leggibilità, questa lunga
marcia verso il potere. C'erano i libri inchiesta di Guarino
e Ruggeri (pubblicati da Kaos), veri mosaici dei misteri che
si addensano intorno agli esordi e alla crescita della
Fininvest. C'era il repertorio-archivio "Berlusconi
1" curato dal Centro Documentazione Mafia Connection di
Floriano De Angeli. C'erano varie mitografie scritte da mani
amiche e un istruttivo (a volte irresistibile)
"Berlusconi in Concert", di D'Anna e Moncalvo (Otzium),
uno psicologo e un giornalista, che per un'intera stagione
hanno registrato e sbobinato le prolusioni
filosofico-commerciali che Silvio destinava ai clienti e
agli uomini di Publitalia.
Fiori, da questa massa di carta e di carte, riassume,
condensa, rivela, collega, spiega. Cavandone alcune
costanti, diciamo così, caratteriali, ma che Silvio affila
a fini strategici: la falsificazione, il vittimismo,
l'extralegalità.
Le prime due sempre intrecciate in frasi standard tipo
quella pronunciata ai tempi della nascente legge Mammì,
aprile 1990: "Che cosa posso dirvi? Posso dire che il
cittadino Berlusconi è indignato perché il suo senso di
giustizia è ferito. In tre settori importanti, calcio,
televisione, editoria accadono cose ingiuste ai miei
danni". Una frase che vi accorgerete di aver sentito
centinaia di volte, diretta contro la Rai, contro la Sipra,
contro la Federazione Lega Calcio, contro De Benedetti, più
recentemente contro i giudici, contro i politici "del
ribaltone", contro "gli alleati che
tradiscono". Perfino contro il responso delle urne
(ultime amministrative) quando Berlusconi si disse certo che
"erano più veri gli exit-poll" del magro bottino
elettorale.
Ma è l'extralegalità il fiore vincente del suo mazzo.
Laddove non c'è legge (o poca legge o leggi aggirabili) il
tycoon si destreggia al meglio. Prima con il mattone e le
aree prodighe di varianti ai piani regolatori. Poi, per una
dozzina d'anni, assaltando l'etere, "scalando le
montagne" per piazzare i ripetitori, rintuzzando i
pretori che oscuravano, invocando Bettino e la sua
artiglieria di decreti legge.
Sul crinale della legalità pure l'intreccio societario
dentro a cui nascono, muoiono, rinascono le scatole opache
dell'impero aziendale, dal 1969 a oggi, con prestanomi e
sedi estere e fiduciarie svizzere che cambiano, ricompaiono
in Lussemburgo. S'inabissano oltreatlantico. Rispuntano:
Edilnord, Italcantieri, Immobiliare San Martino, Fininvest,
tutte società con radici inesplorabili, come i
finanziamenti, inutilmente indagati dalla commissione di
inchiesta P2, inutilmente inseguiti dai giudici italiani e
svizzeri.
È da questa nebbia che Berlusconi cresce, raddoppia,
avanza. Imbracciando il suo sorriso e una delle sue bugie
meglio riuscite: "Misteri? Noi facciamo televisione,
siamo l'azienda più trasparente d'Italia perché stiamo
davanti agli occhi della gente ventiquattro ore al
giorno". Trasparenti? Meditare, prego, i paragrafi
dedicati alla guerra Berlusconi-De Benedetti per la
conquista della Mondadori, dove Fiori mette in luce la
figura di Arnaldo Valente, il presidente della prima sezione
civile della Corte d'Appello di Roma che firmò la
(clamorosa) sentenza interamente a favore di Berlusconi. E
che tre anni dopo (1994) stabilì il trasferimento a Brescia
dell'inchiesta milanese sul generale della guardia di
Finanza Giuseppe Cerciello (coinvolto Berlusconi) e infine,
travolto da polemiche, si dimise dalla magistratura.
È soprattutto schierando pattuglioni di avvocati (più o
meno tutti li ritroveremo in Forza Italia) che Berlusconi
procede spedito lungo la sua verticale. E anche manovrando
una delle più potenti lobby politiche che dal reame di
Bettino si allarga trasversale in quasi tutti i gruppi di
Camera e Senato, con fuochi di sbarramento contro qualunque
progetto di legge ostile all'azienda e ai suoi interessi. E
per quanto Silvio si sforzi di smentirlo, anno dopo anno,
finanziamento dopo finanziamento, bugia dopo bugia, nessun
imprenditore italiano ha mai avuto un bisogno tanto vitale
dell'appoggio politico. Ossigeno quotidiano così
indispensabile che dall'apnea forzata di Tangentopoli
Berlusconi uscirà con un colpo di reni e un'invenzione: il
partito fatto in casa, anzi in azienda.
Per costruirlo può contare sugli uomini, il marketing,
l'organizzazione, il knowhow aziendale, ma soprattutto sulla
sua personale conoscenza degli italiani (dai molto ricchi ai
molto poveri), la sua perfetta sintonia con la piccola
borghesia che allaga la provincia italica, coltivando sogni
e bisogni, insofferenza e rancori, oltreché redditi
esentasse. Scrive Fiori: "Una massa di manovra in larga
parte raccogliticcia, gelatinosa, politicamente apatica,
influenzabile da messaggi illusori".
Forza Italia è una stella cometa. Appare e già splende. È
il monoscopio acceso su un uomo solo e il suo sorriso. Un
leader che ci vuole bene, vuole sacrificarsi per noi, vuole
migliorarci. Diceva un giorno il suo amico Fedele
Confalonieri: "In fondo Silvio è un Ceausescu
buono". Il libro di Fiori confuta l'aggettivo.
E (dicevamo) le pagine del "Venditore" ci
raccontano anche di un declino speculare all'ascesa di
Silvio. Scrive Fiori: "Risalta la dimensione gigantesca
di un problema irrisolto, la doppia anomalia del trust
privato delle tv e l'assenza di regole sulla compatibilità
fra incarichi di gestione della cosa pubblica e la posizione
dominante in campo mediatico. Non succede altrove nel
mondo". Neppure "nelle fragili democrazie
sudamericane". E insomma di che declino si tratti lo
avete capito.
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