Inno Nazionale
Nell'antichità il territorio era scarsamente popolato da genti celtiche e illiriche e comprendeva la regione denominata Norico, la Rezia e la Pannonia. Le tre regioni furono invase dai romani attorno al 15 a.C. e trasformate in avamposti di difesa contro le invasioni barbare. Una delle prime postazioni militari romane fu stabilita nel sito di un insediamento celtico, Vindobona (l'attuale Vienna).
La minaccia di invasioni da parte di popoli germanici si intensificò a partire dal II secolo d.C., e durante il IV secolo goti, rugi, longobardi, vandali, ostrogoti e unni penetrarono il territorio nel corso delle loro migrazioni; gli alamanni occuparono la Rezia, gli eruli conquistarono Juvavum (l'attuale Salisburgo), mentre i goti avanzarono seguendo il corso della Drava.
Slavi e avari si insediarono in Pannonia contemporaneamente all'invasione dei territori del Nord-Ovest da parte dei germani. Entro la metà del VI secolo, i bavaresi occuparono invece il Tirolo, contendendo in seguito agli avari e agli slavi (che progressivamente furono confinati in Carinzia e Stiria) il controllo della valle del Danubio.
1 Età medievale
Nel corso dell'VIII secolo i franchi si assicurarono il controllo della Baviera, da cui Carlo Magno partì per conquistare i possedimenti degli avari (796) e stabilire una serie di avamposti militari tra i fiumi Enns e Raab; uno di questi era la Ostmark (Marca orientale), nota in seguito come Ost Reich (Terra orientale) o Osterreich.
Travolta dagli ungari, la Marca venne ricostituita da Ottone I e assegnata da Ottone II nel 976 a Leopoldo di Babenberg, che assunse il titolo di margravio (governatore militare di confine). Da allora sino al 1246, data di morte dell'ultimo Babenberg, la Marca conobbe un notevole sviluppo urbano, economico, politico e militare.
Il re di Boemia Ottocaro II riunì sotto il suo dominio Austria, Stiria e Carinzia, entrando poi in conflitto con il neoimperatore Rodolfo d'Asburgo, che, sconfitto Ottocaro (1278), cedette nel 1282 i territori al figlio ed erede Alberto I.
2 L'Austria sotto gli Asburgo
Da allora la storia dell'Austria si legò indissolubilmente a quella della casa d'Asburgo e del Sacro romano impero che i suoi esponenti ressero (con brevissime interruzioni) sino allo scioglimento nel 1806.
L'impero asburgico assurse a grande potenza sotto il regno di Massimiliano I che, con un'accorta politica di alleanze matrimoniali (a partire dalla sua unione con Maria di Borgogna), ampliò considerevolmente i confini del regno giungendo a comprendervi la Spagna con i suoi possedimenti italiani e americani, nonché la Boemia e l'Ungheria. Gli succedette Carlo V il quale abdicò nel 1556 lasciando il governo dei possedimenti austro-tedeschi al fratello Ferdinando I, già re di Boemia.
Nonostante il tentativo di Carlo V di preservare l'unità dell'impero sotto il profilo sia politico sia religioso, in Austria vi fu una rapida diffusione della Riforma. Il regime di parziale tolleranza religiosa introdotto dalla pace di Augusta del 1555 venne interrotto dalla salita al potere del controriformista Rodolfo II, il cui tentativo di restaurazione cattolica fu perseguito anche dal fratello, Mattia, che gli succedette alla guida del paese. Mattia non riuscì tuttavia a risolvere le tensioni di carattere religioso che, nel 1618, sfociarono nella ribellione dei protestanti boemi. L'episodio della "defenestrazione di Praga" dei rappresentanti dell'imperatore fu all'origine della guerra dei Trent'anni, che rafforzò il potere dei signori locali e privò l'impero di un'effettiva struttura di governo centralizzata.
Un altro aspro conflitto oppose gli Asburgo ai turchi ottomani, sostenuti dai ribelli nazionalisti ungheresi, ed ebbe il suo momento culminante nell'assedio posto alla capitale Vienna. La città fu soccorsa nel 1683 da un esercito di polacchi e tedeschi sotto la guida del re polacco Giovanni Sobieski; seguì la controffensiva degli Asburgo, che nel 1687 strapparono al sultano il controllo di Ungheria e Transilvania.
Quando nel 1700 Carlo II di Spagna morì senza lasciare eredi diretti, l'imperatore Leopoldo I ne rivendicò i possedimenti esterni alla penisola iberica per il figlio Giuseppe I, sottraendoli alle mire francesi; al termine della guerra di successione spagnola che seguì, l'Austria guadagnò il controllo dei Paesi Bassi spagnoli e, in Italia, di Milano, Napoli e Sardegna.
Nel 1713 l'imperatore Carlo VI promulgò la Prammatica sanzione, che dichiarava i possedimenti degli Asburgo indivisibili per garantire l'impero intatto alla figlia Maria Teresa.
21 Dispotismo illuminato
I tentativi dei rivali di contestare l'autorità o ridurre il potere della sovrana sfociarono nella guerra di successione austriaca e culminarono nella guerra dei Sette anni.
Maria Teresa avviò un'opera di profonda riorganizzazione e modernizzazione dei domini della casa, riformando l'amministrazione imperiale, il sistema scolastico e i codici legislativi; il figlio e successore Giuseppe II continuò l'opera di centralizzazione delle strutture di governo (attirandosi per questo l'opposizione dei nazionalisti ungheresi, belgi e boemi), coniugandola con l'acquisto di nuove terre in Polonia che spartì con la Russia e la Prussia.
22 Guerra con la Francia
Dal 1792 al 1815 l'impero asburgico fu profondamente coinvolto nelle vicende della Rivoluzione francese e delle guerre napoleoniche. Le azioni militari austriache cominciarono con la vittoriosa invasione della Francia in alleanza con la Prussia, cui però seguì una lunga serie di sconfitte che provocarono la perdita dei Paesi Bassi (1794-1795) e di buona parte della Confederazione tedesca, tanto che nel 1806 Francesco I sciolse il Sacro romano impero. Il congresso di Vienna (1814-1815) restituì all'imperatore i suoi antichi possedimenti, aggiungendovi Lombardo-Veneto, Istria e Dalmazia, mentre l'abilità diplomatica del cancelliere austriaco Klemens von Metternich fece dell'impero asburgico il centro del nuovo assetto europeo (vedi Impero austroungarico).
23 Rivoluzione del 1848
Dal 1815 al 1848 la direttiva principale della politica asburgica fu la conservazione dello status quo territoriale e istituzionale stabilito a Vienna dalle potenze vincitrici, resa sempre più difficile dai mutamenti socio-economici legati al processo di industrializzazione che interessò anche l'impero austriaco, al quale si aggiunse lo sviluppo di una coscienza nazionale da parte delle sue diverse componenti etniche. Nel marzo 1848 un vasto movimento rivoluzionario investì l'impero costringendo Metternich alle dimissioni e successivamente all'abdicazione di Ferdinando I in favore del nipote diciottenne, Francesco Giuseppe I (che avrebbe regnato sino al 1916).
Il nuovo imperatore promulgò una Costituzione che istituiva per l'Austria un sistema di governo parlamentare e liberava i contadini da ogni carico feudale, avviando inoltre lo studio di una riorganizzazione complessiva dell'impero su base nazionale. Nel frattempo le divisioni interne ai diversi movimenti rivoluzionari minarono le vittorie sin lì da essi ottenute: sia i ribelli italiani nel Lombardo-Veneto sia quelli ungheresi vennero schiacciati dalla reazione asburgica, sostenuta dalle truppe dello zar di Russia. Francesco Giuseppe abbandonò ogni prospettiva liberalizzante e, abolito il governo costituzionale austriaco, congelò il piano di riorganizzazione imperiale.
Durante la guerra di Crimea (1853-1856) l'Austria intervenne a fianco di Inghilterra e Francia dopo l'occupazione russa dei principati di Moldavia e Valacchia. Oltre a deteriorare i rapporti con la Russia, il conflitto rovinò le finanze austriache, costrette di lì a cinque anni ad affrontare il peso di un nuovo conflitto con il Regno di Sardegna, in seguito al quale l'Austria perse la Lombardia (vedi Guerre d’indipendenza italiane).
L'Austria perse anche il confronto con la Prussia nella lotta per la supremazia in Europa centrale, con un esito reso definitivo dalla battaglia di Sadowa (1866): in seguito a essa l'Italia (alleata della Prussia) ottenne Venezia, la Confederazione germanica fu sciolta e la Prussia si mise alla guida della creazione dello stato tedesco unitario (vedi Guerra austro-prussiana).
3 L'impero austroungarico
Dopo la guerra, nel 1867 Francesco Giuseppe si vide obbligato ad accettare un compromesso (Ausgleich) con la nazione ungherese, che da tempo reclamava l'indipendenza; esso consistette nella creazione di una duplice monarchia, entro la quale Austria e Ungheria erano due stati separati, ognuno con costituzione, governo e parlamento propri, ma uniti nella persona del sovrano, imperatore d'Austria e re d'Ungheria, e dalla comunanza dei ministeri degli Affari esteri, della Guerra e delle Finanze.
Il compromesso del 1867 sollevò la reazione di altre componenti etniche dell'impero. Contemporaneamente a un periodo di rapida crescita economica, si acuirono i conflitti sociali, si rafforzarono i movimenti nazionalisti, si assistette alla nascita di partiti politici di massa e di un diffuso antisemitismo.
31 Alleanza con la Germania
Il costituirsi dell'impero tedesco nel 1871 spostò forzatamente a oriente, verso la penisola balcanica, il centro di equilibrio della politica estera degli Asburgo, ponendola in conflitto con gli interessi russi nella medesima area. Dopo la sconfitta degli ottomani contro la Russia (1875), il congresso di Berlino del 1878 ridimensionò drasticamente le acquisizioni territoriali russe, assegnando nel contempo a Vienna l'amministrazione di Bosnia ed Erzegovina. Nel 1879 Germania e Austria-Ungheria formalizzarono in una alleanza l'asse preferenziale creatosi tra loro; con l'aggiunta dell'Italia nel 1882, essa venne conosciuta come Triplice Alleanza.
Nel 1908 l'annessione della Bosnia-Erzegovina all'impero provocò le dure reazioni russe e serbe. L'inasprimento dei rapporti tra serbi e tedeschi e le successive guerre balcaniche sfociarono nell'attentato all'erede al trono austroungarico e alla prima guerra mondiale.
32 Prima guerra mondiale
Il 28 giugno 1914 l'erede al trono austroungarico Francesco Ferdinando e sua moglie furono assassinati nella capitale bosniaca di Sarajevo dal nazionalista serbo Gavrilo Princip (vedi Attentato di Sarajevo). Un mese dopo, assicuratosi l'appoggio tedesco, il governo asburgico dichiarò guerra alla Serbia, provocando l'intervento di Germania, Russia, Francia e Gran Bretagna (vedi Prima guerra mondiale).
Nella primavera del 1915 l'attività militare austroungarica, concentratasi durante la prima fase del conflitto contro Russia e Serbia, fu condizionata dal mutamento di alleanze dell'Italia che, dichiaratasi neutrale nel 1914, annunciò il suo intervento a fianco dell'Intesa. Le difficoltà della guerra e la morte di Francesco Giuseppe nel 1916 (la cui persona era rimasta uno degli ultimi elementi coesivi dell'impero) accelerarono la crisi delle strutture imperiali. L'anno successivo il nuovo sovrano Carlo I vide fallire i tentativi di ottenere una pace separata con le potenze avversarie, mentre il moltiplicarsi dei moti di protesta nazionalisti rese ingovernabili i suoi domini.
Dopo che nella primavera-estate del 1918 la sconfitta militare apparve inevitabile ed evidente, una nuova ondata di scioperi e moti secessionisti aprirono la crisi finale. I rappresentanti delle minoranze slave del sud, riunitisi a Zagabria il 7 ottobre, sostennero l'unione con la Serbia, mentre il 28 ottobre i cechi proclamarono una repubblica indipendente a Praga. Il 3 novembre fu il governo ungherese ad annunciare la separazione dall'Austria, che lo stesso giorno firmò l'armistizio con le forze dell'Intesa. Il 12 novembre Carlo abbandonò ogni ruolo nell'amministrazione dello stato e lasciò l'Austria; pochi giorni dopo, tanto in Austria che in Ungheria, venne proclamata la repubblica.
4 La prima repubblica austriaca
La repubblica austriaca nacque come un piccolo stato, disorganizzato e impoverito, con circa sette milioni di abitanti. Perdute le regioni industriali di Boemia e Moravia, si poneva quale naturale appendice della Germania, l'unione con la quale, pur auspicata dalla maggioranza dei suoi abitanti, fu esplicitamente proibita dal trattato di pace di Saint-Germain. La nuova Costituzione del 1920 creò uno stato federale, con un Parlamento bicamerale eletto a suffragio universale maschile.
La ricostruzione economica ebbe luogo grazie anche ad aiuti esterni, concessi con finalità stabilizzatrici in particolare da Stati Uniti, Gran Bretagna e Svezia. La situazione politica interna rimase comunque difficile, a causa del forte antagonismo venutosi a creare tra la capitale dominata dai socialisti e le province periferiche fortemente conservatrici.
5 Fascismo e Anschluss
Una successione di governi guidati dal Partito conservatore cristiano sociale affrontò con fatica gli effetti della Grande Depressione, mentre l'ascesa anche in Austria del movimento nazionalsocialista rappresentò un ulteriore fattore destabilizzante. Preso in mezzo da due opposizioni che progressivamente radicalizzavano le proprie posizioni, il cancelliere Engelbert Dollfuss nel 1933 sciolse il Parlamento e iniziò a governare per decreti. Sostenuto dall'esercito e dalla Heimwehr (Lega di difesa interna, un'organizzazione paramilitare fascista), il suo regime schiacciò inizialmente l'opposizione socialista, per poi mettere fuorilegge tutti i partiti politici (1934); una nuova Costituzione, che cancellava le istituzioni parlamentari, era stata appena introdotta quando Dollfuss fu assassinato nel corso di un fallito tentativo nazista di Putsch inteso ad aprire le porte all'Anschluss ("annessione") con la Germania. Nel 1938 il nuovo cancelliere Kurt von Schuschnigg indisse un plebiscito popolare per riaffermare l'indipendenza dell'Austria; Hitler chiese e ottenne le sue dimissioni, quindi invase il paese, promuovendo la formazione di un governo collaborazionista guidato da Arthur Seyss-Inquart. L'Austria fu rinominata Ostmark (Marca Orientale) e posta sotto la diretta autorità del Terzo Reich tedesco.
6 Seconda guerra mondiale
Nell'ottobre 1944, con la conferenza di Mosca, i capi di stato di Gran Bretagna e Unione Sovietica indicarono nella reinstaurazione dell'indipendenza dell'Austria uno degli obiettivi della guerra alleata. Nell'aprile del 1945 le truppe sovietiche liberarono la parte orientale del paese inclusa Vienna. Le elezioni nazionali pluripartitiche si tennero in novembre e portarono il Partito del popolo austriaco (erede del partito cristiano-sociale prebellico) ad assicurarsi l'85% dei seggi dell'Assemblea nazionale.
7 Occupazione alleata
Tanto il territorio nazionale che la capitale furono divisi in zone d'occupazione tra le quattro potenze vincitrici, che, in base ai termini di un accordo sottoscritto nel giugno 1946, riconobbero al governo austriaco la piena autorità sull'intero paese, mantenendo però il diritto di ingerenza in materia di sicurezza militare. Ancora una volta le difficoltà della ricostruzione postbellica vennero superate grazie al sostegno internazionale; a partire dal 1948 la partecipazione al piano Marshall facilitò il pieno rilancio del sistema produttivo, che nel 1951 aveva già superato i valori prebellici.
8 Restaurazione della sovranità
La piena restaurazione della sovranità austriaca venne ritardata dalla connessione con la difficile soluzione della questione tedesca. Il Trattato di Vienna sottoscritto il 15 maggio 1955 con le quattro potenze occupanti impediva la riunificazione di Austria e Germania e negava alla prima il diritto a possedere o fabbricare armi nucleari e missili guidati. Tutte le truppe di occupazione si ritirarono entro ottobre, dopo che il Parlamento votò un emendamento costituzionale che garantiva la neutralità militare permanente nel paese.
9 La seconda repubblica
Dal 1945 al 1966 l'Austria fu governata da una coalizione formata dal Partito socialista e dal Partito popolare che dette vita a un'economia mista in cui lo stato controllava le risorse energetiche e il sistema bancario.
Nel 1960 l'Austria fu uno dei paesi firmatari del patto istitutivo l'Associazione europea di libero scambio (EFTA) e nel luglio dell'anno successivo il governo annunciò l'intenzione di sondare le possibilità di inserimento nella Comunità economica europea; nel frattempo nel 1972 fu firmato un accordo bilaterale di libero commercio con l'area della CEE.
Il governo di coalizione cadde nell'ottobre 1965 lasciando il posto al primo esecutivo del dopoguerra interamente formato da esponenti del Partito del popolo.
10 Il cancellierato Kreisky
Nel 1970 i socialisti formarono un esecutivo di minoranza, sotto la guida del leader Bruno Kreisky. L'era Kreisky fu caratterizzata da un rapido processo di modernizzazione e da un miglioramento delle condizioni di vita, anche grazie alle numerose riforme introdotte in materia sociale e del lavoro. In politica estera il governo di Kreisky si caratterizzò per un neutralismo ancora più marcato e per l'apertura verso il mondo arabo. Kreisky si dimise nel 1983, dopo che i socialisti persero la maggioranza assoluta all'Assemblea nazionale.
11 Crisi del sistema della “compartecipazione”
Nel 1986 alla presidenza della repubblica austriaca venne eletto il candidato del Partito popolare Kurt Waldheim, già segretario generale delle Nazioni Unite. L’elezione di Waldheim – di cui era da poco diventata pubblica la sua partecipazione nel corpo paramilitare delle SS, il braccio armato del regime nazista tedesco – avvenne tra molte polemiche interne e internazionali. Alle critiche e alle preoccupazioni della comunità internazionale, la società austriaca – nel cui corpo si era diffusa e rafforzata nel tempo la tesi ufficiale di un’Austria non alleata ma “prima vittima del nazismo” – reagì con fastidio, considerandole come inaccettabili ingerenze nella vita politica democratica del paese. In continuità con il sistema della Sozialpartnerschaft (“compartecipazione”) – che vedeva dagli anni Cinquanta una divisione del potere tra Partito popolare e Partito socialista e una regolamentazione congiunta dei rapporti di lavoro e del conflitto sociale tra governo, sindacati e rappresentanze padronali – nel 1986 alla guida del paese si instaurò un nuovo governo di coalizione tra i due principali partiti.
Alla fine degli anni Ottanta l’Austria non stava attraversando una fase di sviluppo economico, bensì di ristrutturazione, causata dalle esigenze imposte dalla globalizzazione dell’economia e dal processo di integrazione nell’Unione Europea (alla quale il paese avrebbe aderito nel 1994). Il nuovo gabinetto varato dal socialista Franz Vranitzky, dovette così avviare un programma economico basato sui tagli alla spesa pubblica e sulle privatizzazioni. Nelle elezioni dell’ottobre 1990 la coalizione di governo conservò un’ampia maggioranza dei seggi nel Parlamento austriaco, ma crebbe la forza del Partito liberale (FPÖ, Freiheitliche Partei Österreichs) di Jörg Haider, un partito dai tratti autoritari e xenofobi. Nel 1991 il Partito socialista assunse il nome ufficiale di Partito socialdemocratico.
Nel 1992 fu eletto presidente Thomas Klestil del Partito popolare, convinto sostenitore dell'ingresso dell'Austria nell'Unione Europea. Dopo le elezioni anticipate del 1995 si formò un nuovo governo di coalizione, guidato ancora da Vranitzky, ma il Partito liberale di Haider ottenne più del 20% dei voti. La propaganda populista e xenofoba di Haider ottenne un’ulteriore affermazione nelle elezioni comunali ed europee, svoltesi contemporaneamente nell'ottobre 1996. Nel gennaio del 1997 Vranitzky lasciò la guida del governo a Viktor Klima.
12 L’ascesa di Haider
Il governo di coalizione di Klima adottò una serie di provvedimenti tesi a una profonda riforma del sistema economico; avviata la privatizzazione nei settori industriale, bancario e delle telecomunicazioni, Klima intervenne sulla spesa pubblica, tagliando i fondi destinati alle pensioni, alla previdenza e alla ricerca scientifica. Nel 1998 Klestil venne rieletto con il 63,5% dei voti alla presidenza del paese.
Agli inizi del 1999 il Partito liberale si impose nettamente nelle elezioni in Carinzia. Haider, costretto alle dimissioni da governatore della provincia nel 1991 per aver pubblicamente manifestato apprezzamento per il regime nazista, riportava al successo il suo partito nella Carinzia e riconquistava l’importante carica di governatore facendo breccia non solo tra la popolazione delle piccole e isolate comunità montane, ma anche tra i ceti medi delle città e infine tra i lavoratori, soprattutto quelli giovani e quindi meno ideologicamente legati al Partito socialdemocratico. Dopo una battuta d’arresto alle elezioni europee di giugno, nelle legislative del 3 ottobre il Partito liberale divenne il secondo partito austriaco con il 27% dei suffragi.
13 Sviluppi recenti
In seguito al fallimento delle lunghe trattative tra i popolari e i socialdemocratici per la costituzione di un nuovo governo di coalizione, in Austria si è aperta una grave crisi politica. Escluso il ritorno alle urne per il timore di una più ampia affermazione dei liberali a loro danno, i popolari di Wolfgang Schüssel hanno infine accettato, nel febbraio del 2000, di formare un governo di coalizione con lo stesso Haider. La decisione, che ha suscitato forti critiche interne, ha anche causato un grave isolamento internazionale del paese. L’Unione Europea, preoccupata per l’insorgenza di un’ideologia populista, razzista e xenofoba (in particolare in quello che viene definito da alcuni studiosi il “blocco alpino”: Slovenia, Austria, Svizzera tedesca, Germania del Sud e Settentrione d’Italia) ritenuta nemica dello stesso progetto politico unitario europeo, dopo aver tentato di dissuadere il Partito popolare di Schüssel dall’allearsi con Haider ha sottoposto l’Austria a sanzioni diplomatiche. L’Unione Europea non è rimasta d’altronde isolata nella condanna del governo austriaco, il cui insediamento ha suscitato reazioni negative in molti altri paesi e in particolare negli Stati Uniti e in Israele, che ha minacciato di interrompere le relazioni diplomatiche con Vienna. Severe critiche al partito di Schüssel sono giunte infine anche dal gruppo dei popolari al Parlamento europeo, dal quale i popolari austriaci si sono infine autosospesi per evitare un provvedimento di espulsione.
Nell'intento di rassicurare la comunità internazionale, il presidente Klestil ha preteso, come condizione per l'assenso alla formazione del nuovo governo, l'accettazione da parte dei leader liberale e popolare di un preambolo intitolato Dichiarazione sui valori fondamentali della democrazia europea, che condanna “ogni forma di discriminazione, intolleranza o istigazione all'odio” e riconosce le responsabilità austriache negli “orrendi crimini del regime nazista”. Agli inizi di maggio del 2000 Haider – che in diverse dichiarazioni pubbliche ha attaccato i suoi avversari e in particolare i membri dell'Unione Europea, contro le cui sanzioni ha annunciato un referendum – nell'intento di rimuovere il principale ostacolo (costituito dalla sua carica e quindi dalla sua personale influenza sull'esecutivo austriaco) alla ripresa del dialogo tra il governo austriaco e i suoi partner europei e internazionali, ha passato la guida del partito alla fedelissima Suzanne Riess-Passer. La presenza del partito di Haider nel governo austriaco ha continuato ad alimentare le polemiche, sia all'interno dell'Austria sia nell'Unione Europea. Questa, tuttavia, in seguito a una visita ufficiale condotta da tre saggi (tra cui Martti Ahtisaari), ha sospeso le sanzioni all'Austria, ritenendole “controproducenti” e inadeguate a contrastare le tendenze nazionaliste e xenofobe dell'elettorato austriaco. La decisione dell'UE è stata accolta con soddisfazione dalla presidenza e dal governo austriaci.
L’Austria è tuttavia rimasta al centro dell’attenzione internazionale, soprattutto a causa del frenetico attivismo di Haider, la cui influenza sul governo non è cessata dopo il suo formale ritiro in Carinzia. Il Partito liberale è stato peraltro coinvolto in autunno in un grave scandalo, riguardante l'uso, a fini politici, di notizie riservate ottenute corrompendo alcuni ufficiali di polizia. Centinaia di magistrati hanno in seguito denunciato, in una lettera aperta inviata al presidente della repubblica e al governo, le forti pressioni del partito di Haider sui magistrati che indagano sul caso. Sonoramente sconfitto nelle elezioni amministrative svoltesi in Stiria e nel Burgenland tra ottobre e dicembre 2000, il Partito liberale ha tentato di contrastare il repentino calo di consensi puntando sulle elezioni per il rinnovo dell’amministrazione municipale viennese. Nonostante l’impegno personale di Haider, che ha condotto in prima persona la campagna elettorale, i liberali hanno tuttavia subito un’altra grave sconfitta, perdendo più del 7% del loro elettorato viennese; della sconfitta liberale non si sono avvantaggiati i popolari del premier Schüssel (passati dal 15 al 16%), ma direttamente i socialdemocratici (che hanno conquistato la maggioranza assoluta dei seggi, passando dal 39 al 47%) e i Verdi (passati dall’8 al 12,5%).
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