CAMBOGIA, MEMORIA CANCELLATA
Tornano liberi i più importanti esecutori politici del genocidio contro il popolo cambogiano, in nome di una affrettata e confusa "riconciliazione nazionale". Dovrebbero essere invece giudicati per i loro crimini contro l'umanità
di Nicoletta Dentico
La clamorosa notizia della reintegrazione di Khieu Samphan e Nuon Chea, due tra i più alti gerarchi del regime denominato "Kampuchea Democratica", il terribile regime dei Khmer Rossi responsabile della morte di quasi due milioni di persone in Cambogia tra il 1975 ed il 1979, ha legittimamente suscitato sentimenti di sorpresa, di indignazione, di disgusto. E nel paradossale e complicato teatro delle ombre della politica cambogiana, la inattesa comparsa a Phnom Penh dei due luogotenenti di Pol Pot, e la liquidatoria richiesta di scuse per l'operato di quegli anni, dissociata da ogni vera assunzione di responsabilità, ha riaperto il vaso di Pandora di un trauma collettivo largamente irrisolto. Con vivaci reazioni all'interno della diaspora khmer, ma anche nella comunità internazionale.
DICHIARAZIONI
Sorpresa, abbiamo detto: nessun indizio, dalle dichiarazioni o dalle scelte dei protagonisti coinvolti, avrebbe fatto supporre un simile epilogo. Indignazione, perch di fronte ai responsabili di uno dei tre più efferati genocidi di questo secolo, si È deliberatamente escluso il principio del giudizio. Disgusto, perch il nobile concetto della riconciliazione nazionale È stato stravolto dall'indecenza del protocollo scelto (un'accoglienza straordinaria a Phnom Penh, finanche nella residenza privata del primo ministro Hun Sen, e la possibilità di una gita turistica blindata a Sihanoukville ed Angkor, prima di tornare nella vecchia roccaforte Pailin), ma soprattutto dal cinismo delle parole pronunciate. Il premier Hun Sen da sbrigativamente detto: "Dobbiamo scavare una buca, seppellire il passato e guardare avanti al 21 secolo. Queste persone, con cui eravamo in guerra, sono tornate per vivere con la società nazionale. Dobbiamo ucciderle e continuare cos la guerra? Se una ferita non fa male, dobbiamo strofinarla ancora finch sanguina?". Più cinico ancora Khieu Kanharith, portavoce del governo: "Si presume che ciascuno sia innocente fintantoch non ne sia provata la colpevolezza, dunque possono muoversi liberamente". E Nuon Chea, sibillino: "Chiedo scusa anche per la vita degli animali messi in pericolo durante la guerra". Khieu Samphan e Nuon Chea, rispettivamente capo del governo polpottista e segretario generale aggiunto del Partito Comunista allora al potere, numero due del regime dopo Pol Pot, si sono arresi al primo ministro Hun Sen il 25 dicembre 1998, esattamente venti anni dopo l'invasione vietnamita della Cambogia che, di l a due settimane, avrebbe portato alla definitiva conclusione del folle esperimento comunista di Pol Pot, ma anche al lungo asservimento al regime comunista di Hanoi.
GENOCIDIO
Insieme ad altri 15 membri ancora in vita della leadership storica dei Khmer Rossi, tra il 1975 ed il 1979 si sono macchiati di crimini contro la pace, crimini di guerra, crinimi contro l'umanità e di genocidio. Secondo le stime, quasi due milioni di individui furono sterminati, su una popolazione totale di 7 milioni di persone. Il regime perseguitò le minoranze etniche e religiose, abol la religione, la proprietà privata ed il denaro, e - con una politica di deportazioni sistematiche della popolazione - costrinse ogni cambogiano ai lavori forzati. Il paese fu trasformato in un enorme campo di concentramento: una pratica che i khmer rossi hanno proseguito, nelle aree sotto il loro controllo, per tutti gli Anni Ottanta ed oltre. Le prove raccolte contro di loro sono schiaccianti ed irrefutabili. E allora come spiegare l'atteggiamento del primo ministro Hun Sen che, dal gennaio 1977, anno della sua defezione dal regime di Pol Pot, ha fatto della radicale condanna di quella esperienza il vessillo della propria carriera politica? Ne dà una plausibile spiegazione Raoul Jennar, nell'ultimo rapporto del "Cambodia Research Center": "Nel momento in cui, per la prima volta, ottiene a pieno titolo la posizione di premier, il seggio della Cambogia alle Nazioni Unite non È più contestato, e l'entrata della Cambogia nell'ASEAN È ormai definita, Hun Sen si rende conto che il successo della politica di progressiva erosione dei khmer rossi raggiunge il culmine proprio con la resa dei due luogotenenti di Pol Pot. (...) Per un uomo che ha continuamente combattuto i polpottisti significa, in primo luogo, l'esito tangibile di una vittoria. Lui È riuscito dove hanno fallito i vietnamiti. E' riuscito dove hanno fallito le Nazioni Unite. E' riuscito dove ha fallito Norodom Sihanouk (...) Il suo comportamento risponde dunque alla consacrazione di un capo; di un capo magnanimo che offre il proprio perdono perch È potente abbastanza da poterselo permettere".
ERRORE
Nella realtà, dietro la retorica politica del perdono e dell'oblio, la sfida interna ed internazionale al dovere della memoria non ha retto a lungo. Hun Sen, quasi a difendersi dalle accuse di voler chiudere i conti con l'autogenocidio cambogiano, ha dovuto rivedere le proprie posizioni, scrivendo al Segretario Generale dell'Onu il 21 gennaio, per chiedere ufficialmente un processo internazionale contro i Khmer Rossi. Dietro i proclami della riconciliazione nazionale, Hun Sen potrebbe in effetti aver commesso un fatale errore e creato una situazione potenzialmente pericolosa per il suo futuro, e quello del paese. "Tutto È possibile se l'autonomia della zona di Pailin (dove attualmente vivono, ricoprendo importanti cariche amministrative, eminenti rappresentanti della vecchia leadership, come Ieng Sary, numero tre della gerarchia di Pol Pot, NDR.) non viene soppressa", scrive ancora Raoul Jennar. Proprio dalla vecchia roccaforte di Pailin potrebbe essere lanciata una nuova azione politica del movimento, ispirata ai temi assai cari del nazionalismo, della xenofobia e del razzismo Sono 10.000 gli ex soldati maoisti entrati nei ranghi delle truppe governative che stazionano in questa provincia. Ed allora i misteriosi sorrisi di Khieu Samphan e Nuon Chea, il 28 dicembre a Phnom Penh, potrebbero assumere un sinistro significato.
GIUSTIZIA IN CAMBOGIA
E' realistico pensare all'istituzione di un tribunale internazionale per processare i responsabili dei crimini cambogiani? Rompendo uno scandaloso silenzio di decenni, la Commissione dell'ONU per i Diritti Umani, nell'aprile `97, per la prima volta chiedeva al Segretario Generale di "valutare ogni richiesta di assistenza da parte della Cambogia relativa ai passati crimini dei Khmer rossi". Nel successivo novembre una risoluzione dell'Assemblea Generale metteva in evidenza "con preoccupazione come sino ad oggi nessun leader dei Khmer rossi sia stato processato per i suoi crimini" e sottolineava la necessità, da parte del Segretario Generale, di fornire al governo cambogiano ogni aiuto in tal senso, inclusa la possibilità di nominare un gruppo di esperti per indagare e valutare gli elementi probatori raccolti. Il 21 giugno 1997, gli allora due primi ministri Norodom Ranariddh e Hun Sen avevano in effetti chiesto al Segretario Generale dell'Onu la necessaria assistenza per istituire una corte internazionale ad hoc contro i Khmer rossi: era l'ultimo atto congiunto dei due premier, prima che una violenta resa dei conti, nel luglio dello stesso anno, non mutasse profondamente gli equlibri politici cambogiani. Con la recente messa in libertà di importanti esponenti del regime criminale dei Khmers rossi, torna d'attualità l'ipotesi di un "tribunale internazionale" per giudicare i responsabili del genocidio. Ne abbiamo parlato con Balakrishnan Rajagopal, Professore di Diritto all'Università di Oklahoma e ad Harvard. Ha lavorato per oltre quattro anni con l'UNTAC (l'Autorità Transitoria dell'Onu in Cambogia) e con l'Alto Commissariato dell'Onu per i Diritti Umani:
"La prima domanda da porsi -dice Rajagopal- È chi ha davvero interesse a processare i Khmer Rossi? Oltre alla società civile internazionale impegnata sul fronte dei diritti umani, ci sono numerosissimi cambogiani, disposti a ripercorrere dolorosamente quella pagina cruenta della loro storia per costruire una società fondata sul rispetto della vita, sul principio della responsabilità personale, e sulla legge. Non È detto che questo esperimento giuridico riesca a trasformare la Cambogia in una società giusta, ma può certamente agire da catalizzatore in un eventuale processo di trasformazioni socio-politiche. Perch ciò avvenga, a mio avviso, sono necessarie due condizioni: il processo deve potersi svolgere in Cambogia e, secondariamente, non devono porsi eccezioni, a meno che qualcuno non abbia fondatamente beneficiato di una amnistia valida, o goda di qualche forma di immunità".
D. Quale tipologia di responsabili Khmers dovrebbe essere sottoposta a giudizio?
R. Quali Khmer Rossi processare dipende dal periodo dei crimini che la corte vorrà prendere in considerazione. Una cosa È se si considerano solo i crimini compiuti tra il 1975 e il 1979, altro È se si allarga lo spettro temporale di competenza giuridica, ciò che permette di inquadrare meglio, fra l'altro, il ruolo dei paesi stranieri nella vicenda cambogiana.
D. Gli Stati Uniti hanno già detto di opporsi a quest'ultima ipotesi.
R. Pur maldestramente favorevoli ad un tribunale internazionale sotto l'egida delle Nazioni Unite, gli USA vogliono delimitarne la giurisdizione temporale al solo periodo del regime di Pol Pot. Cos, dicono, si evita il veto della Cina in sede di Consiglio di Sicurezza. Ma in realtà Washington vuole eludere ogni indagine sulla responsabilità americana nella stessa genesi del movimento dei Khmer Rossi, a partire dal governo fantoccio di Lon Nol imposto dagli americani, e sul sostegno ad essi concesso dopo l'invasione vietnamita, negli Anni Ottanta. Il sostegno politico, militare ed ideologico offerto ai Khmer Rossi da Cina, Stati Uniti, Tailandia, Gran Bretagna ed altri Paesi ASEAN È un dato incontrovertibile ed esige delle risposte. Punire i cambogiani, non occuparsi del ruolo delle potenze straniere passerebbe un messaggio sbagliatissimo rispetto al bisogno di regole e di legge che i cambogiani reclamano. A maggior ragione, perch senza quel sostegno, il movimento di Pol Pot sarebbe finito da un pezzo.
D. Quali meccanismi assicurerebbero i Khmers alla giustizia?
R. Ce ne sono quattro. Il primo È un processo nazionale: un'ipotesi da escludere, perch in Cambogia non esiste l'autonomia del potere giudiziario, la legge viene utilizzata dalle elite politiche come strumento di autolegittimazione. La seconda opzione È una sorta di "Commissione per la Verità", sulla falsariga di quella sudafricana: ma manca il "desmond Tutu cambogiano" che possa fare da arbitro imparziale. Il terzo meccanismo consiste in un processo in un paese terzo, Canada o Norvegia (dove È possibile impiantare un caso giudiziario contro chiunque, nel mondo, si sia reso colpevole di violazione della cosiddetta `giurisdizione universale', ndr). I limiti di questo meccanismo sono considerevoli, sia in termini di impatto sull'opinione pubblica ed il governo cambogiani, sia perch il processo risentirebbe dell'inevitabile ignoranza di fondamentali aspetti della cultura e della vita cambogiana, ed inoltre comporterebbe difficoltà logistiche non sottovalutabili per quanto riguarda la presentazione delle prove o le stesse testimonianze. L'ultima opzione, richiesta dal governo cambogiano, È il tribunale internazionale, vuoi tramite l'estensione alla Cambogia del mandato del tribunale speciale istituito per la Yugoslavia e/o il Rwanda, vuoi tramite il Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Ci sarebbe poi il "Tribunale penale internazionale" contemplato dall'articolo 6 della Convenzione sul Genocidio, di cui la Cambogia È firmataria.
D. Qual È l'ipotesi più realistica?
La richiesta di assistenza avanzata dal governo cambogiano il 21 giugno 1997 potrebbe essere direttamente gestita dal Segretario Generale dell'Onu, poich in base agli articoli 68 e 98 della Carta delle Nazioni Unite ne ha il mandato legale, tramite la Commissione per i Diritti Umani ed Ecosoc. Lo fa di routine per fornire assistenza al monitoraggio di processi elettorali: perch non seguire la stessa procedura per la convocazione di un tribunale internazionale? Servirebbe solo un memorandum di intesa fra la Cambogia e le Nazioni Unite per mettere a punto i dettagli ed adottare lo statuto del tribunale. Kofi Annan ha già fatto un passo importante, nominando una Commissione di tre esperti sui crimini cambogiani, senza passare attraverso l'approvazione del Consiglio di Sicurezza. Adesso si tratta di andare avanti, coraggiosamente, in un clima di reciproca fiducia, per la creazione di un tribunale misto composto da giuristi cambogiani (magari del mondo delle ONG) ed internazionali. Questa formula mista avrebbe diversi vantaggi: innanzitutto, risponderebbe alle aspirazioni minime di quanti vogliono giustizia; i Khmer Rossi sarebbero giudicati in Cambogia. Si eviterebbe in questo modo il Consiglio di Sicurezza, dove ogni tentativo di stabilire un'altra corte È destinato al fallimento. Inoltre, questo procedimento accorcerebbe i tempi drasticamente, perch non richiederebbe l'adozione formale di testi sul piano multilaterale. Infine, avrebbe un altissimo valore come precedente giuridico: dimostrerebbe che esiste una strada per rendere giustizia alle vittime di violazioni dei diritti umani in simili contesti, evitando al tempo stesso di rimanere intrappolati negli ingranaggi degli imbrogli politici.
E-MAIL: dokzero@hotmail.com
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