Potere e donare

IL PERCORSO VITALE

Il benessere ed il rinnovamento

 


 

Soffermiamoci sulla parola “Rinnovamento” e proviamo ad immaginare un armadio, un guardaroba dove teniamo i nostri abiti, le camicie, i calzini, le cravatte, i maglioni, tutti in genere ben ordinati e suddivisi in rapporto alle stagioni in appositi comparti. Ci riesce molto facile prenderli all’occorrenza e sostituirli allorquando diventano fuori moda o disusi e logori. Spesso compriamo vestiti nuovi ed alla moda, buttiamo quelli vecchi e fuori moda. Qui diventa facile. E’ un’operazione semplice che non ci comporta grossi problemi. Ma nel nostro “Magazzino” (Inconscio) dove si accumulano tutti i pensieri, le parole e le azioni (il mentale, il verbale ed il fisico), qui il rinnovamento diventa più difficile. Credo che la differenza profonda  sia nel fatto che nel guardaroba togliere ed eliminare un abito non crea le stesse difficoltà del liberarci dal nostro magazzino interiore di una “parte scomoda”. E questo perché nel magazzino le parti sono concatenate per cui l’eliminazione di una ne trascina tante altre. Se noi cambiassimo in continuazione faremmo in modo che queste parti non si strutturino e quindi determineremmo una tarda delineazione della personalità. E’ come se davanti al sole (personalità originaria) ci si metta la luna (personalità in itinere) determinando un’eclissi in modo che la terra (personalità acquisita) non sia più illuminata per cui la forza vitale, la corrente profonda viene improvvisamente bloccata e non scorre più. Il blocco determina un arresto od un allontanamento dal principio del dovere e del piacere nel senso che la traccia schematica del lavoro e dell’affettività s’interrompe.Ci sono però delle tappe , almeno quattro, in cui il rinnovarsi raggiunge l’acme. La prima è l’età dello “Svezzamento”. Passiamo da una posizione comodissima quale quella di piacevole dipendenza dalla mamma che in genere soddisfa tutte le nostre richieste, a quella in cui dobbiamo lavorare un pochino come può essere iniziare a muovere le mandibole per mangiare e le gambe per camminare.  Non è un semplice adattamento del corpo bensì, nella considerazione che corpo ed anima sono intrinsecamente connessi, un adattamento del corpo e dell’anima allo stesso tempo. Il passaggio dal mondo della famiglia a quello scolastico è la seconda tappa dello scombussolamento. Si mettono in evidenza nuove figure (l’insegnante, i compagni), nuovi ambienti (la classe), nuovi modelli relazionali. S’attinge a loro. A volte ci attraversano come l’acqua in un setaccio e non lasciano alcuna traccia. Ci si sofferma in un mondo giocoso dove la realtà rimane invisibile all’orizzonte. La terza tappa è il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Noi tutti sappiamo che l’adolescenza corrisponde ad un periodo lungo, da noi troppo lungo. Abbiamo difficoltà ad allontanarci da lei, all’adolescenza ricorriamo spesso in altri periodi della vita in cui non vi è la stessa spensieratezza, la stessa libertà, il rapido cambiamento, la stessa gioia. La tarda età costituisce la quarta tappa, anche se in quest’ultima più che di rinnovamento bisognerebbe parlare di consapevole adattamento. E’ necessario che qualcuno dica: “non è tanto importante la ricerca del “benessere” (tendenza egoica del bisogno di appagare le richieste del nostro mondo interno) quanto attraverso il rinnovarsi la ricerca di Sé stesso”. Soltanto allora la chiara consapevolezza delle proprie azioni produrrà degli effetti positivi per sé e gli altri e si svilupperà una relazione armoniosa con l’ambiente. 

 

 

Io e l’altro

 

 

In una calda giornata settembrina ci trovavamo tutti seduti intorno ad un tavolo imbandito, medico infermiere, assistente sociale e schizofrenici. A differenza degli altri piatti, la frutta ci fu servita su di un unico vassoio e ben presto ci fu una “gara” a chi prendeva per primo la frutta, quella più bella, più gradita, più grossa. Ne rimase senza per diversi giorni un giovane seduto vicino a me, introverso, impacciato, chiuso, però con occhi brillanti e vogliosi alla vista della frutta. In disparte lo sollecitai a gareggiare con gli altri. Non rimase più senza frutta, anzi batteva gli altri sul tempo. Comprese che, pur nella difficoltà di conciliare le proprie spinte con quelle degli altri, mangiare la mela più bella, più grossa, più matura, dava un senso di pienezza che si ripercuoteva dappertutto non soltanto nel suo stomaco. Gli sembrò per incanto di essere tornato bambino, direi lattante, ed avere ad ogni suo comando tutto a sua disposizione. Un piccolo narcisista che guarda soltanto se stesso e non s’accorge nemmeno degli sforzi della mamma per accontentarlo, della mamma che dedicandosi a lui rinuncia alle sue spinte, le mette da parte, le accantona, le sublima, le sposta per il fiorire di questo fiore. Più tardi, molto più tardi ha cominciato a comprendere e ad accettare con grande sforzo che non sempre le spinte egoiche possono essere soddisfatte e soprattutto che non sempre vi è qualcuno che ti aiuta, sia disponibile a sostenerti nel tuo percorso. 

Il risultato è stato la coartazione delle spinte egoiche, a volte anche il loro libero fluire che, però, non tiene assolutamente conto dell’Altro anche quando apparentemente se ne serve. Ma nel percorso della nostra vita abbiamo sempre bisogno dell’altro?. E soprattutto l’altro com’è considerato?. Le relazioni costituiscono elemento vitale, abbiamo difficoltà ad accogliere la solitudine e le nostre spinte egoiche di per sé necessitano degli altri. Eppure mai come in quest’epoca la tendenza autolesionistica si mostra in tutta la sua evidenza allorquando ci nuclearizziamo, ci si chiude in una corazza che non lascia filtrare alcun’emozione, ci allontaniamo da qualunque contatto con l’Altro per l’incapacità di comprendere e di gestire i propri stimoli.

C’è difficile comprendere che l’Altro è diverso dalla Mamma e non sempre è nutrito dello stesso amore, restiamo profondamente delusi nelle nostre attese, ricorriamo al credo in Dio, l’unico che ci vorrà sempre bene, ci verrà sempre in aiuto e non ci tradirà mai. Proviamo una volta per sempre a considerare con rispetto l’Altro nel senso che anche l’Altro ha le stesse spinte che a noi sembrano appartenerci in esclusiva e che, quando queste spinte s’incrociano, ci fanno sospirare al miracolo dell’Amore.

Le spinte Egoiche necessitano d’ingentilimento continuo, d’incivilimento continuo e l’Ego come l’Altro al suo raggiungimento deve tendere.

 

 


 

Potere e donare

 

 

C’è un profondo sostanziale significato racchiuso nell’espressione “io posso ed in quanto posso, sono”. In ognuno di noi, in rapporto alle caratteristiche di personalità e quindi della soggettività, alla parola “potere” si delinea, immaginifica, una nuvoletta contenente la sua rappresentazione. Il colore della nuvola, bianco, grigio, nero, la sua densità e la sua frammentazione con squarci di cielo azzurro o roseo ci offre un quadro di quanto e di cosa una certa rappresentazione del potere può nella nostra interiorità ed all’infuori di noi. Non sempre, però, il potere si coniuga con l’avere, anche se le raffigurazioni si materializzano come per incanto ed il nostro bisogno può, occasionalmente e momentaneamente, essere soddisfatto. Non dobbiamo spaventarci se improvvisamente l’identificazione del potere scompare. Il Nulla, il niente, solo ciò che non ha nome ci restituisce il nostro Sé, ci dà il senso alla nostra vita, partorisce il bene più prezioso. Certo impariamo che i poteri, quelli forti ed a volte a nostre spese, sono diversi: potere politico, potere della stampa, potere ecclesiastico, potere giudiziario, elencati così a caso senza alcun ordine d’importanza, ammesso che l’abbiano e trascurando tanti altri sottopoteri. Tutti questi poteri sono, come in un connubio, legati a qualcosa che non ci appartiene originariamente ma ricercati e probabilmente acquisiti, provenienti dall’esterno. Quindi per poter esistere hanno bisogno necessariamente  di altri o di altro. Ma nel percorso della nostra vita ci fermiamo ogni tanto?. Pensiamo che ai poteri su citati ne possiamo aggiungere altri che appartengono soltanto a noi?. 

Penso per un attimo al “potere creativo” che, questo si, appartiene ad ognuno di noi, espressione di forza prorompente ed innovativa, creativa e plasmante, coinvolgente e donante. E’ il miglior dono che potevamo ricevere e possiamo fare.Nei suoi confronti gli altri poteri appaiono minuscoli fino a scomparire e ad annullarsi. Ma anche nei confronti della creatività e del dono che di lei facciamo, compaiono sentimenti d’invidia, insita come tanti altri sentimenti nell’animo umano. Non bisogna meravigliarsene. In questo l’umano “può” tutto. Certamente non “è”. La logica del “potere” cerca sempre le mille motivazioni, gli scopi e gli obiettivi che spingono l’individuo. La loro comprensione è necessaria soltanto ai fini del mantenimento del proprio potere. Si vive per il “culto del potere”, non si comprende che attraverso il “donare” assaporiamo nel nostro percorso quell’Amore, immenso, totalitario, sublime cui siamo un giorno destinati. Il raccolto di un campo seminato a volte non avviene. Non ha importanza. Importante è seminare. Perché se noi ci soffermassimo sul pragmatismo ambito dal potere e lo adottassimo, introiettandolo, ne resteremmo, in questo caso si, profondamente delusi. Così come il semplice far parte del potere determina un annichilimento di quelle capacità e potenzialità insite all’uomo che non si dovrebbero giammai disconoscere ed uniformare in nome di un  falso principio di benessere egoico.

Saper vedere ciò che non appare… è dono di chi sa andare oltre il visibile.

 

 


 

Brindisi alla vita

 

 

Proviamo a fare un brindisi alla Vita. Forse troveremmo pochi intenti a sorseggiare e parecchi a pensare ai disagi creati ed indotti, interiori ed esteriori.

La Ragione, intenta ad individuare l’oggetto, la causa scatenante, non serve per combattere (che brutta parola, bisognerebbe cancellarla dal vocabolario) i disagi ed il dolore consequenziale, come non li può mandare via la Volontà, non ce la possono fare. Pensare e ripensare non porta da nessuna parte (ogni dolore arriva sempre legato ad un pensiero), guardare, chiudere gli occhi e volgere lo sguardo, come un faro, all’interno, nel buio interiore può giovare molto di più. Ulisse e Polifemo mi vengono in aiuto. “Nessuno, mi chiamo Nessuno” fu la risposta di Ulisse alla richiesta di Polifemo. Fu la sua salvezza. Solo ciò che non ha nome dà un senso alla vita, il Nulla, il Niente partorisce il bene più prezioso, ci restituisce il nostro Sé, il nostro nucleo vitale. Ci siamo messi in testa, ci identifichiamo con personaggi che non esistono, li rincorriamo, li ricerchiamo, li invochiamo, indirizzando le nostre pulsioni verso un sentiero che porta alla crisi, una crisi d’identità. Allorquando compaiono i “Dolori dell’Anima”, i Demoni”, ci spaventiamo, andiamo in panico, ci sentiamo avvolti dalla nebbia e non vediamo la luce. Eppure i dolori vogliono dirci qualcosa, sono il richiamo della nostra essenza.

 

E’ giunto il momento di accoglierli, di avvisare la coscienza che stanno lì, di guardarli, di osservarli, lasciarli  suonare nel nostro interno. La melodia intonata man mano apparirà gradevole se solo ci chiedessimo “adesso che cosa provo”, “io sono il mio dolore”, “non mi interessa la causa”, “chi può farmi del male se sono Nessuno”. A niente serve combattere, controllare, rimuovere, ragionare, pensare, chiedere. L’angoscia, il panico, la tristezza, la rabbia, l’aggressività ci attanagliano imprigionandoci. La corrente profonda, l’energia vitale, l’Eros che scorre dentro il nostro corpo, invia attraverso il dolore un chiaro messaggio: nessuno può fermare, ostacolare la forza vitale sul tragitto che lei ha preparato per noi. Ad una condizione. Che il fiume continui a scorrere nonostante gli impedimenti ed a “nutrire” con le sue acque i territori circostanti apportando ricchezza e benessere. Le sue acque saranno amorevolmente accolte dall’azzurro mare.Il dolore non giunge per apportare cambiamenti a noi stessi ed alla nostra vita. Vuole che noi realizziamo la nostra natura, vuole che il seme, il nostro seme , dia quella pianta, ricca di foglie, di fiori e di frutta. Ecco, adesso possiamo tranquillamente fare un brindisi alla vita.

 

 


Giorgio Bruno