Poeti lucani  by Antokan










ALBINO PIERRO

Nasce a Tursi, in provincia di Matera, il 19 novembre del 1916. Si rivela subito lirico intenso e assai suggestivo nell’uso del dialetto arcaico di Tursi, un’”isola linguistica” dove si conserva inalterato il neolatino della Basilicata che non aveva conosciuto alcun tipo di trascrizione letteraria. Attraverso un costante affinamento formale e metrico, Pierro ne ha esaltato le grandi risorse foniche e simboliche. Più volte candidato al Premio Nobel per la Letteratura, nel 1992 riceve dall’Università degli Studi di Basilicata la prima laurea honoris causa. L’Ateneo lucano volle così rendere omaggio “all’interprete di una condizione esistenziale che fa corpo tutt’uno con l’anima antica della civiltà lucana”. Muore a Roma il 23 marzo del 1995 lasciando tutti i suoi averi al Comune di Tursi che, con essi, ha istituito un premio per il miglior poeta italiano che si esprima in dialetto.

‘A terra d’u ricorde                             La terra del ricordo 

S’i campane di Paske                                           Se le campane di Pasqua

su’ paròue di Criste                                            sono parole di Cristo

ca hé fatte nghiùre ‘a morte,                              che ha fatto chiudere la morte,  

mò sta parlata frisca di paìse                             ora questa parlata fresca di paese

jèttete u bbànne e dìcete:                                    getta il bando e dice:

« Vinèse a qué,                                                    « Venite qui,

v’agghie grapute i porte ».                                 vi ho aperto le porte ».  

 

 

 

LEONARDO SINISGALLI           

 Nato a Montemurro, in provincia di Potenza, il 9 marzo del 1908, il ragazzo viene inviato a proseguire gli studi secondari a Caserta, quindi a Benevento, in qualità di convittore presso istituti religiosi. Il distacco dai luoghi dell’infanzia è traumatico. Alla fine del 1925 si iscrive a Roma alla Facoltà di Matematica. Invitato da Fermi nel 1928 a partecipare agli esperimenti da lui diretti presso l’Istituto di Fisica, Sinisgalli rinuncia, scegliendo di “seguire i pittori e i poeti”. A Milano, dove si stabilisce nel 1933, stringe nuove e fondamentali amicizie -Quasimodo, Gatto, Cantatore, Messina, Falqui, Bo -, coltivando unitamente alla poesia e alla letteratura interessi che comprendono pittura, architettura, grafica, disegno. Fervido sempre di interessi e di iniziative culturali, si spegne la notte del 31 gennaio del 1981. E’ sepolto nel cimitero di Montemurro. (tratto dalla nota biografica nella presentazione a “Vidi le Muse”, Avagliano Editore, 1997)

 

La vigna vecchia                                     A mio Padre

 

Mi sono seduto per terra                            L’uomo rimasto solo                            

accanto al pagliaio della vigna                     a tarda sera nella vigna

vecchia.                                                     scuote le rape nella vasca,

I fanciulli strappano le noci                         sbuca dal viottolo con la paglia

dai rami, le schiacciano tra due                   macchiata di verderame.

pietre.                                                        L’uomo che porta così fresco

Io mi concio le mani di acido                      terriccio sulle scarpe, odore

verde,                                                       di fresca sera nei vestiti

mi godo l’aria dal fondo degli                     si ferma a una fonte, parla

alberi.                                                        con l’ortolano che sradica i finocchi.

                                                                 E’ un uomo, un piccolo uomo

                           che io guardo da lontano:

                           è un punto vivo all’orizzonte

                           Forse la sua pupilla

                           si accende questa sera

                          accanto alla peschiera

                                                                     dove si bagna la fronte.  

 

 

  

     GIANDOMENICO GIAGNI  

                                          Nato a Potenza nel 1922, poeta e giornalista, svolse per un trentennio l’attività di autore e di regista radiofonico e televisivo. Fu uno dei maggiori artefici dei programmi culturali di Rai-3 tra i quali va ricordato, negli anni del dopo guerra, il “Teatro dell’Usignolo” pensato e realizzato con il conterraneo Leonardo Sinisgalli, il maestro Modigliani e il regista Franco Rossi. Di quest’ultimo sceneggiò anche due films  “Amici per la pelle” e “Smoa”. Sensibile divulgatore della poesia italiana e straniera del ‘900, curò la prima traduzione italiana delle opere di Jacques Prevert, cui lo legò una amicizia che non venne mai meno, affidandone la lettura dei testi ad artisti come Achille Millo, Giancarlo Sbragia e Riccardo Cucciola. Scrisse per la Rai, con Vasco Pratolini, “La domenica della povera gente” e per il teatro “Quarta era” sul dramma personale degli scienziati atomici di Los Alamos. Tutta la sua attività fu caratterizzata da un estremo rigore professionale e civile. Molti suoi scritti sono andati purtroppo smarriti. A noi rimane una sola raccolta postuma di poesie: “Il confine” (Editrice Basilicata – Roma 1976) a cura di Carlo Bernari e Vasco Pratolini.

 

     Morte di un uomo

 

      Se torna estate, padre, e il freddo torna

      anch’esso con la sua magra vedetta,

      se noi d’incanto, come certi uccelli,

      riprendessimo nel nostro occhio l’Incredibile,

      se ad una ad una le furiose voci

      cadranno sul tuo letto interminabile,

      se laggiù potesse il vento stringere

      la nostra delusione nel gelo del tuo cuore,

      se gli eredi – siamo noi, solo noialtri –

      del bianco diario di angelo innocente,

      trovassero sacrilegio essere stati amanti,

      succubi involontari di tanta ingiusta storia,

      se il muro rifiorisse sul tuo nome,

      e le mani mendicassero il perdono,

      se la bianca farfalla segnasse nella povera

      stanza della tua vita una tenera parabola,

      e alle pupille azzurre del bambino

      svelasse il segreto della dipartita,

      se le strade e gli alberi e i lunghi convenevoli,

      le ombre, le stagioni, il miele, i sogni,

      le alterne notti di veglia, la grigia pietra

      del Basento, e gli orti, e l’onesta inquietudine,

      tutto quello a cui gli uomini danno un senso,

      se la tua voce strappasse in piena estate

      le ingrate meraviglie che ci seguono

      di giorno in giorno come un cane innamorato,

      se tutto questo avvenisse, padre, e noi potessimo

      rimandarlo per sempre nella nostra inutile memoria,

      avremmo reso omaggio al tuo dolore.  

 

  c

ROCCO SCOTELLARO

                                          Nasce a Tricarico, in provincia di Matera, nel 1923 da una modesta coppia di artigiani. Giovanissimo prende parte alle lotte contadine del suo paese del quale –a soli 23 anni – diventa il primo sindaco (socialista) dopo la Liberazione. Intellettuale acuto e vivace, fornì un contributo di grande rilievo al dibattito sulla questione meridionale collaborando con Manlio Rossi Doria. Muore nel 1953 all’età di trent’anni. Le sue opere sono state pubblicate postume grazie all’interessamento di amici e, in particolare, di Carlo Levi che firma la prefazione alla raccolta “E’ fatto giorno” che vince nel 1954 il Premio Viareggio. “Il dramma concreto e attuale dei contadini e dei braccianti  e della miseria del Sud” –ha sottolineato il critico Gilberto Finzi- costituisce il tema principe della ricerca poetica di Scotellaro.E’ facile, dunque, comprendere il perché Rocco, per la sua posizione di poeta emarginato dai circoli culturali ufficiali e il suo impegno politico, sia diventato una sorta di mito per le popolazioni meridionali. Al poeta non  hanno certamente fatto giustizia i parziali e tardivi riconoscimenti da parte della critica ufficiale.

E’E' fatto giorno noi non ci bagneremo

      E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi Noi non ci bagneremo sulle spiagge

      con i panni e le scarpe e le facce che avevamo. a mietere andremo noi

      Le lepri si sono ritirate e i galli cantano, e il sole ci cuocerà come la crosta del pane.

      ritorna la faccia di mia madre al focolare. Abbiamo il collo duro, la faccia

                             di terra abbiamo e le braccia

 

L La luna piena di legna secca colore di mattoni.

 Abbiamo i tozzi da mangiare

      La luna piena riempie i nostri letti, insaccati nelle maniche

      camminano i muli a dolci ferri delle giubbe ad armacollo.

      e i cani rosicchiano gli ossi. Dormiamo sulle aie

      Si sente l’asina nel sottoscala, attaccati alle cavezze dei muli.

      i suoi brividi, il suo raschiare. Non sente la nostra carne

      In un altro sottoscala il moscerino che solletica

      dorme mia madre da sessant’anni. e succhia il nostro sangue.

      Ognuno ha le ossa torte

      non sogna di salire sulle donne

     che dormono fresche nelle vesti corte.  

 

 

VITO RIVIELLO

     

                                           Nato a Potenza nel 1933, Vito Riviello vive e lavora a Roma. Con la pubblicazione di Città fra paesi nel 1955, “compie una radicale diversione dalle testimonianze poetiche degli anni precedenti”, come scrive Tito Spinelli nel saggio “Poeti lucani fra Otto e Novecento” edito dalla Antonio Capuano Editrice. Con la sua silloge – si legge ancora nel saggio – Riviello inoltra due elementi fondamentali nella strategia della versificazione, riguardo alla sua condensazione stilistico-comunicativa: da un lato il superamento del concetto di “lucanità” come avvertito nostòs elegiaco e insieme lacerante; dall’altro l’ironia che smitizza il rischio dei luoghi comuni per fare dell’atto poetico una allargata conquista di intercessione verso forme non più dipendenti dalla tradizione. Sarebbe, comunque, un errore pensare che la poesia di Riviello eluda i temi sociali trattati nel passato. Al contrario li affronta senza quel cupo pessimismo che ha caratterizzato molti poeti lucani antecedenti.

     

    

        Mascherata dei turchi

 

     Allegro attore in dialetto

      che suoni la chitarra,

      l’ora passa e nessuno se ne accorge

      mentre ti sente dalla loggia.

      Passano cavalli e carrozze

      e la gente intessuta di ricami

      passa per via Meridionale

      e arriva fino alla piazza.

      Questo accadeva in sere adamantine

      quando viveva il teatro potentino.

      Ora che ritorni sotto le finestre

      sui vetri s’appanna la mia tristezza,

      sfiorita è Maria con le sue trecce

      che vinsero il concorso di bellezza.

      Allegro attore in dialetto

      passi cambiato in volto,

      turco lento e nero dell’oriente

      che assali Potenza malinconicamente.  

 

    

      MICHELE PARRELLA

 

                                           E’ nato a Laurenzana, in provincia di Potenza, il 1923. Fin da giovanissimo coltivò un grande amore per la poesia. Il padre, che lo voleva medico come lui, tentò in tutti i modi di dissuadere Michele dal “perdere tempo” con un’arte che non gli avrebbe certamente garantito un futuro certo e sicuro. Ma Parrella nacque poeta e nel 1996 morì poeta a Roma dove si era trasferito nei primi anni Cinquanta. La sua poesia, mai inficiata dal pensiero politico, ci viene consegnata densa di dolenti richiami verso la Basilicata e colma di struggenti echi d’amore universale. E’ sepolto a Laurenzana, nella cui piazza principale è incisa, ai piedi del monumento ai caduti, questa sua frase: “Per noi la Patria ha più vasti confini perché sappiamo cos’è una siepe”.

 

     Lucania persa

    

      Respirano i nostri morti

      nelle pietre dei conventi.

      Oh le ginestre umiliate,

      terra mia gettata sopra il letto delle serve,

      la serva battuta e persa.

      Oh la chitarra spezzata alla ringhiera

      i poeti non ti possono alzare,

      sono semenze gettate nella ruota

      che macina i pezzenti.

      Lucania teatro perso

      le marionette si aggrappano a noi,

      non ce la facciamo più

      a cucire gli arlecchini

      appesi alle monete.

      Solo i fanciulli restano a te

      i tuoi figli carcerati e persi,

      madre mia coi capezzoli rotti

      la tua voce è dilaniata e persa.  

 

      GIULIO STOLFI

 

                                          E’ nato a Potenza, dove tuttora vive e lavora, il 1917. E’ riuscito sempre a conciliare, in modo mirabile, la sua vocazione poetica con l’attività prima di magistrato, poi di presidente del Tar e, infine, di consigliere di Stato. Punto di riferimento di molti giovani poeti lucani negli anni Cinquanta, l’opera di Stolfi ha avuto significativi riconoscimenti tra i quali ricordiamo il Premio Metaponto e il Premio Siracusa. Ha pubblicato diverse raccolte di poesie verso le quali hanno mostrato interesse critici come Libero De Libero, Giuseppe Manacorda, Franco Vitelli e Tito Spinelli.

  

      Che cosa direte

      

      Che cosa direte ai bambini

      che verranno – se verranno –

      di quali cieli di quali mari

      di quale grano di quali fiori

      di quale pace di quale amore

      gli parlerete – se parlerete –

      e quale vita voi gli darete

      - se gliela darete -?