| ‘A
terra d’u ricorde
La
terra del ricordo
S’i campane di Paske Se le campane di Pasqua su’
paròue di Criste
sono parole di Cristo ca
hé fatte nghiùre ‘a morte,
che ha fatto chiudere la morte, mò
sta parlata frisca di paìse
ora questa parlata fresca di paese jèttete
u bbànne e dìcete:
getta il bando e dice: « Vinèse a qué,
« Venite qui, v’agghie
grapute i porte ».
vi ho aperto le porte ».
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La vigna vecchia A mio Padre Mi sono seduto per terra L’uomo rimasto solo accanto al pagliaio della vigna
a tarda sera nella vigna vecchia.
scuote le rape nella vasca, I fanciulli strappano le noci
sbuca dal viottolo con la paglia dai rami, le schiacciano tra due
macchiata di verderame. pietre.
L’uomo che porta così fresco Io mi concio le mani di acido
terriccio sulle scarpe, odore verde,
di fresca sera nei vestiti mi godo l’aria dal fondo degli
si ferma a una
fonte, parla alberi.
con l’ortolano che sradica i finocchi.
E’ un uomo, un piccolo uomo
che io
guardo da lontano: è un punto vivo all’orizzonte
Forse la sua pupilla
si accende questa sera
accanto alla peschiera
dove si bagna la fronte.
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Morte di un
uomo Se
torna estate, padre, e il freddo torna anch’esso
con la sua magra vedetta, se
noi d’incanto, come certi uccelli, riprendessimo
nel nostro occhio l’Incredibile, se
ad una ad una le furiose voci cadranno
sul tuo letto interminabile, se
laggiù potesse il vento stringere la
nostra delusione nel gelo del tuo cuore, se
gli eredi – siamo noi, solo noialtri – del
bianco diario di angelo innocente, trovassero
sacrilegio essere stati amanti, succubi
involontari di tanta ingiusta storia, se
il muro rifiorisse sul tuo nome, e le
mani mendicassero il perdono, se
la bianca farfalla segnasse nella povera stanza
della tua vita una tenera parabola, e
alle pupille azzurre del bambino svelasse
il segreto della dipartita, se
le strade e gli alberi e i lunghi convenevoli, le
ombre, le stagioni, il miele, i sogni, le
alterne notti di veglia, la grigia pietra del
Basento, e gli orti, e l’onesta inquietudine, tutto
quello a cui gli uomini danno un senso, se
la tua voce strappasse in piena estate le
ingrate meraviglie che ci seguono di
giorno in giorno come un cane innamorato, se
tutto questo avvenisse, padre, e noi potessimo rimandarlo
per sempre nella nostra inutile memoria, avremmo
reso omaggio al tuo dolore.
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ROCCO
SCOTELLARO
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E’E' fatto giorno noi non ci bagneremo E’ fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi Noi non ci bagneremo sulle spiagge
con i panni e le scarpe e le
facce che avevamo. a mietere andremo noi
Le lepri si sono ritirate e
i galli cantano, e il sole ci cuocerà come
la crosta del pane.
ritorna la faccia di mia
madre al focolare. Abbiamo il collo duro,
la faccia di terra abbiamo e le braccia
L
La luna piena
di legna secca colore di mattoni. Abbiamo i tozzi da mangiare La
luna piena riempie i nostri letti, insaccati
nelle maniche camminano
i muli a dolci ferri delle giubbe ad
armacollo. e
i cani rosicchiano gli ossi. Dormiamo sulle
aie Si
sente l’asina nel sottoscala, attaccati
alle cavezze dei muli. i
suoi brividi, il suo raschiare. Non sente
la nostra carne In
un altro sottoscala il moscerino che
solletica dorme
mia madre da sessant’anni. e succhia il
nostro sangue.
Ognuno ha le ossa torte
non sogna di salire sulle donne
che dormono fresche nelle vesti corte.
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VITO RIVIELLO
Nato
a Potenza nel 1933, Vito Riviello vive e lavora a Roma. Con la pubblicazione di Città
fra paesi nel 1955,
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Mascherata
dei turchi
Allegro attore
in dialetto che
suoni la chitarra, l’ora
passa e nessuno se ne accorge mentre
ti sente dalla loggia. Passano
cavalli e carrozze e la
gente intessuta di ricami passa
per via Meridionale e
arriva fino alla piazza. Questo
accadeva in sere adamantine quando
viveva il teatro potentino. Ora
che ritorni sotto le finestre sui
vetri s’appanna la mia tristezza, sfiorita
è Maria con le sue trecce che
vinsero il concorso di bellezza. Allegro
attore in dialetto passi
cambiato in volto, turco
lento e nero dell’oriente che
assali Potenza malinconicamente.
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MICHELE
PARRELLA
E’ nato a Laurenzana, in provincia di Potenza, il 1923. Fin da
giovanissimo coltivò un grande amore per la poesia.
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Lucania persa
Respirano i nostri morti nelle
pietre dei conventi. Oh
le ginestre umiliate, terra
mia gettata sopra il letto delle serve, la
serva battuta e persa. Oh
la chitarra spezzata alla ringhiera i
poeti non ti possono alzare, sono
semenze gettate nella ruota che
macina i pezzenti. Lucania
teatro perso le
marionette si aggrappano a noi, non
ce la facciamo più a
cucire gli arlecchini appesi
alle monete. Solo
i fanciulli restano a te i
tuoi figli carcerati e persi,
madre
mia coi capezzoli rotti la
tua voce è dilaniata e persa.
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GIULIO STOLFI
E’
nato a Potenza, dove tuttora vive e lavora, il 1917. E’ riuscito sempre a
conciliare, in modo mirabile, la sua
Che cosa
direte
Che
cosa direte ai bambini che
verranno – se verranno – di
quali cieli di quali mari di
quale grano di quali fiori di
quale pace di quale amore gli
parlerete – se parlerete –
e
quale vita voi gli darete
- se
gliela darete -? |