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Inno scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato lo stesso anno da Michele Novaro. Divenne Inno d'Italia nel 1946 in sostituzione della Marcia Reale, inno d'Italia dal 1861 al 1946, scritto da Giuseppe Gobetti per Carlo Alberto.
Fratelli.mid 24,8 K Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta, dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa. Dov'è la vittoria? Le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò. Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. Siam pronti alla morte, l'Italia chiamò, sì! Noi fummo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popoli, perché siam divisi. Raccolgaci un'unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l'ora suonò. Uniamoci, uniamoci, l'unione e l'amore rivelano ai popoli le vie del Signore. Giuriamo far libero il suolo natio: uniti, per Dio, chi vincer ci può?
Un po' di storia...
GOFFREDO MAMELIGenova, 1827 - Roma, 1849.
Se una figura umana dovesse simboleggiare con l'aspetto
d'una seducente giovinezza il Risorgimento d'Italia, che pure ebbe stupendi
uomini rappresentativi - Mazzini, Cavour, Garibaldi non si saprebbe quale
innalzare e amare meglio che quella di Goffredo Mameli, poeta a quindici anni,
guerriero a ventuno, avvolto a ventidue nella morte come nella nuvola luminosa
in cui gli antichi favoleggiavano la scomparsa degli eroi.
Stirpe di marinai
soldati, figlio d'un comandante di nave da guerra e d'una leggiadra donna che
aveva fatto palpitare il cuore giovane di Giuseppe Mazzini, Goffredo è il
romanticismo, è il patriottismo, è sopra tutto la poesia che fiorisce
sull'azione. Frequenta l'università, prepara i suoi esami di diritto e intanto
fiammeggia nel fuoco d'italianità de' suoi compagni, che lo sentono un
capo.
Appena giunta a Genova la notizia delle Cinque Giornate parte alla
testa d'un manipolo di giovani, si batte nella campagna del '48; s'agita perché
non se ne subiscano con rassegnazione le tristi conseguenze militari, mazziniano
puro, con la sua Genova impaziente e intollerante verso la Torino
monarchica.
E' incerto se correre a Venezia o a Roma.
Si risolve per
Roma.
E' di Mameli il telegramma "Venite, Roma, repubblica" in cui si
invitava Mazzini a raggiungere la Repubblica Romana.
E' a fianco di
Garibaldi, ma vuole prima di tutto trovarsi dove più rischiosamente si
combatte.
Ferito a una gamba il 3 giugno in un combattimento nel quale s'era
voluto gettare a ogni costo, fu male assistito nell'ospedale dai medici che
avrebbero dovuto sollecitamente amputargli la parte offesa e invece tanto
tardarono che poi l'operazione non valse più a salvarlo, ed egli spirò il 6
luglio, un mese prima di compiere i ventidue anni, recitando versi in delirio.
La sua poesia è poesia d'amore e di guerra: pensando a guerre come quelle, i
due più alti temi d'ogni poesia, la donna ideale e la libertà pura.
I
critici, naturalmente, rilevano le imperfezioni artistiche che non
mancano.
Ma per quel che v'è, ed è tanto, di vivo e di bello in promessa
anche più che in fatto si può dire che, se fosse vissuto, l'Italia avrebbe avuto
in lui un magnifico poeta.
Qui si riproducono, naturalmente, il canto
indimenticabile Fratelli d'Italia che fu messo in musica del maestro
Novaro e che la Repubblica Italiana d'un secolo dopo ha ripreso come inno
nazionale nonostante l'elmo di Scipio e la Vittoria schiava di Roma.
Questo brano è tratto da: I Poeti minori
dell'Ottocento
a cura di Ettore Janni - BUR 1955