Riflessioni sul "Sosia" di Dostoevskij.
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1.Sonno e veglia: essere ed esistere
2.Il sosia: l'estraneo incarnato
3.Personaggi,personalità, esistenze
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Sonno e veglia: essere ed esistere. (Ritorna)
Poco manca alle ore otto, quando il microcosmo abitato da Jacov Petrovic Goljadkin, consigliere titolare, è visitato dal giorno nuovo.
Per pochi minuti i pensieri del protagonista vagano nella totale confusione "dell’uomo che non è ancora pienamente sicuro se sia svegliato o dorma tuttora, se esiste nella veglia o nella realtà tutto ciò che intorno gli succede, o sia il seguito delle sue disordinate e assonnate fantasticherie". (p.177)
Questa condizione di passaggio dal sonno alla veglia sarà costitutiva spesso degli stati d’animo del personaggio, lungo lo scorrere del romanzo, sarà costitutiva della condizione del personaggio, perché tale momento di passaggio é metafora della condizione umana.
Lo stato di sonno, il buio della notte che ci ingoia, che ingoia mondo e cose, rappresenta bene il fluire sordo e indistinto dell’Essere cui l’animo dell’uomo spesso si abbandona; rappresenta la totalità dell’Essere che tutto ingloba che tutto contiene, in cui l’individuo, l’uomo, le cose non esistono più nella loro singolarità, non hanno né connotazioni né qualità, ma sono sciolti nel mare silenzioso della Totalità.
Il momento del risveglio - i due minuti che trascorrono nello stato confusionale che non permette di distinguere tra sonno e veglia, tra sogno e realtà - chiama all’appello la volontà dell’uomo a sottrarsi al fluire dell’Essere, e a dare inizio ad una sua vita, che non è più la vita dell’Essere, ma è la vita di un individuo, singolarità irriducibile, bolla che si solleva sulla superficie piatta e uniforme, esistenza.
Le cose che circondano Goljadkin e che nel buio del sonno non hanno né nome, né significato, si animano di vita propria, l’osservano, lo scrutano in modo familiare: tali cose infatti compongono quel mondo che appartiene a Goljadkin, il mondo che è solo per lui, che è parte di lui, che è filtrato solo dalla sua coscienza. È il mondo cui egli da vita ogni giorno della sua stessa esistenza; il mondo di cui Goljadkin vive, di cui ha cura in cui da nome alle cose.
Il conatus essendi è lo sforzo di sottrarsi al sonno e accettare le fatiche della veglia, è la scelta consapevole e coraggiosa dell’individuo ad accogliere il mondo e le cose, a connotarle con la usa irriducibile unicità; a costruire la sua singolare esistenza.
Il mondo è quello in cui l’individuo vive per essere "in e dentro le cose" (Heidegger) e non per vagare – silenzioso e sospettoso- tra gli enti.
Eppure sentiamo spesso dire al protagonista del romanzo "io starò da me, lascio che tutto mi passi davanti, non sono io e basta" (pp. 266-7), come se il mondo non gli appartenesse, come se volesse rimanere spettatore vagante tra gli enti (p.343); lo vediamo agire di rimessa, far di tutto per passare inosservato. per confondersi nella folla, per nascondersi dall’Altro, per sottrarsi all’esistenza. perché quell’esistenza si impone inesorabilmente come co-esistenza, un esistere con
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Il sosia: l’estraneo incarnato. (Ritorna)
"Non si può esistere senza co-esistere" (Piovani - Fondamenti di una filosofia della morale).
Il nostro eroe avverte il peso schiacciante della presenza ineliminabile dell’Altro. Lo sguardo dell’Altro incombe su ogni gesto del personaggio: l’Altro l’osserva, lo scruta, ne scopre le debolezze, lo deride. L’Altro si prende continuamente gioco di lui. L’Altro lo induce a stare sempre all’erta, ad aggirarsi sospettoso e diffidente in quel mondo che li costringe, Goljadkin e l’estraneo, ad una vicinanza asfissiante.
Il co-esistere e la vita dell’altro così necessaria e inesorabile, si impongono In maniera invadente su Goljadkin, al punto che l’altro viene ad essere parte integrante della persona stessa di Go~adkin, che l’altro lo condiziona e lo piega fino a impossessarsi di ciò che irriducibilmente appartiene ai singolo: l’esistenza stessa. L’Altro vive in Goljadkin e vive al suo posto. L’estraneo si intrufola nella casa e nel mondo di Goljadkin, incarnandosi nella figura del sosia.
Il sosia - estraneo eppure vicino a Goljadkin - gli sottrae la sua vita, il suo mondo, il mondo fatto dagli altri in cui Goljadkin aveva faticosamente lavorato a costruire la sua identità segnata dal giudizio dell’altro, a tenere insieme tutte !e componenti contrastanti della sua individualità, a rafforzare e sostenere la parte debole e prostrata di sé attraverso la voce del Goljadkin orgoglioso e consolatore, che dì tanto in tanto solleva la testa per guardare negli occhi l’estraneo - nemico.
Quel delicato e tremante equilibrio di una prima voce - il vero signor Goljadkin timoroso dell’altrui giudizio - e di una seconda voce dai toni forti e consolatori, è continuamente minacciato dalla parola altrui: dai toni sprezzanti, derisori, impietosi di una voce che si solleva nel personaggio negli istanti In cui egli non riesce a consolare il sé impaurito dagli eventi (prima voce) attraverso il sé più
dignitoso e sprezzante (seconda voce). È la minaccia della terza voce – la voce estranea -.
Il gioco delle due voci che interagiscono nel "dirsi" e nei "parlarsi", nel continuo "costruirsi", "farsi e disfarsi" del personaggio, si trasferisce - alla comparsa del sosia - fuori del personaggio stesso. Il Goljadkin maggiore - cosi è definito il nostro eroe - assume nella prima parte dell’incontro col sosia i toni saldi e autonomi della seconda voce, lì dove il sosia - figura ancora innocua - si lascia sostenere e consolare dal Goljadkin maggiore, conservando i toni dimessi della prima voce.
Quando poi il sosia assumerà un ruolo invadente e usurpatore nella vita di Goljadkin, e dunque quando l’estraneo si imporrà sull’individuo Goljadkin, il rapporto tra le voci si ribalterà: il Goljadkin maggiore, prostrato ed espropriato della sua esistenza, invaso ed abitato dall’altro, riacquisterà i toni rassegnati e autodistruttivi della prima voce.
Il sosia è dunque l’incarnazione dell’altro, ingombrante presenza, presenza usurpatrice della vita di Goljadkin. Il sosia è Goljadkin in possesso e in balia dell’altro, che ha definitivamente perduto una parte del suo io, che non è riuscito a tenersi insieme, a custodirsi nella sua essenza, e l’ha venduta all’estraneo, l’ha ceduta la giudizio dell’altro, credendo di ottenere in cambio la tranquillità di una vita anonima, la pace dell’uomo senza qualità, che rinuncia ad ogni individuale connotazione per confondersi col Tutto.
Il sosia ruba la vita di Goljadkin, il suo lavoro, le sue relaziono; si porta in giro la faccia di Goljadkin, il suo corpo, servendosene a suo piacere, senza che Goljadkin possa decidere di sé, della sua faccia, del suo corpo, dei suoi gesti,
delle sue parole.
Il sosia sottrae a Goljadkin il potere su di sé e lo dà in pasto ai suoi nemici, impedendogli qualsiasi autodifesa.
Il sosia fa a pezzi la persona di Goljadkin; "Tutto ciò aveva scosso nelle fondamenta il signor Goljadkin" (p.286).
Si instaura una situazione paradossale in cui lui, il Goljadkin maggiore espropriato della sua irriducibile unicità col comparire del sosia, è accusato dal suo servitore di doppiezza e ipocrisia: " <<le brave persone esistono senza falsi, non esistono mai in doppio…>> Al sig. Goljadkin si agghiacciarono le mani e i piedi e si mozzò il respiro. […] Né vivo né morto era il sig. Goljadkin". (p.281) Ma proiettato in un’altra dimensione.
L’assurdità, il paradosso, squarciano le scene del teatro del vero, della vita reale, e si apre un altro spazio in cui schizzano i pezzi faticosamente tenuti insieme nell’individuo Goljadkin, in cui Goljadkin perde il controllo su di sé, in cui il suo io si sfalda, in cui vive in mille frammenti.
Uno spazio nuovo, una dimensione in cui Goljadkin non sa se è assassino o suicida, se le sue azioni si ripercuotano su di sé o su un altro essere, non sa se appartiene a sé o agli altri, non sa chi egli sia, di sicuro non è più lui.
Personaggi, personalità, esistenze. (Ritorna)
"Ti stai perdendo, somigli a uno straccio, eppure no, fai questione di amor proprio, il mio onore ne soffre, dici" (p.286). L’io sfaldato, annientato del sig. Goljadkin sembra ridotto nello stato luttuoso dell’individuo melanconico analizzato da Freud nel saggio psicanalitico Lutto e melanconia (1915).
Il lutto è lo stato d’animo che segue alla perdita dell’oggetto amato. La melanconia – versione patologica del lutto – è lo stato d’animo che segue alla perdita di un oggetto particolare: il proprio io.
La Terza voce, la voce amara ed estranea con cui vengono annullati i tentativi della seconda voce di sostenere e consolare il pessimismo e l’insicurezza, l’esitazione e l’incertezza in Goljadkin, assume toni derisori di ingiuria e disapprovazione, toni parodistici e sarcastici al punto che le parole con cui il personaggio "si pensa" e si parla con la terza voce, non sembrano rivolte a se stesso, al proprio io, ma ad un’altra persona.
Infatti – come nel melanconico – Goljadkin ha perduto una parte del suo io, che non è più il suo potere, ma è gestita dal giudizio dell’altro.
Nella terza voce infatti, risuona il giudizio dell’altro, o meglio il giudizio negativo e sfiduciato che il personaggio ha di sé, ma che proietta fuori di sé, sull’altro, appunto, per potersene poi difendere e per affrontarlo come si affronta un nemico.
L’istanza critica, coscienza morale è una delle tre istituzioni dell’io.
"Il malato si rimprovera, si vilipende e si aspetta di essere respinto e punito. […] Nel melanconico vediamo che una parte dell’io si contrappone all’altra parte, la valuta criticamente e la assume quale suo oggetto. Il nostro sospetto [è] che l’istanza critica prodottasi in questo caso per scissione dell’io, possa dimostrare la sua autonomia. […] Ciò che impariamo a conoscere è l’istanza comunemente definita coscienza morale […] la annovereremo tra le grandi istituzioni dell’io e troveremo il modo di dimostrare che può ammalarsi da sé […]. Nel quadro morboso della melanconia emerge la riprovazione morale nei confronti del proprio io; la valutazione di sé si basa assai più raramente su imperfezioni fisiche […] solo l’impoverimento assume una posizione di rilievo trai timori e le dichiarazioni del malato" (Freud, Lutto e melanconia, pp. 194-6)
In Goljadkin l’istanza critica che si accanisce contro l’altra parte dell’io da cui è scissa, che ne denuncia l’impoverimento, è identificabile con la terza voce, la voce estranea. E l’istanza critica dell’io che si è ammalata da sola, che dipende dall’istanza critica dell’altro, è perduta e identificata col giudizio dell’altro, che proprio in quanto esterno ed estraneo si permette il sarcasmo più crudele e le accuse più impietose.
L’io accusato, presi in giro, denigrato dall’istanza critica della terza voce, coscienza morale ammalata dell’altro, è la parte dell’io sottratta alla tensione costante di unità e coerenza, coesione e organizzazione cui ogni coscienza lavora, in cui si costruisce la personalità.
I personaggi di Dostoevskij sono delle Personalità, cioè come afferma Piovani "non una sostanza identificabile ma un esistenziale farsi" e poi riprendendo Husserl (Krisis) "ciò che in questa vita diviene è la personalità stessa. Il suo essere è sempre in divenire".
I personaggi di Dostoevskij sono delle personalità, individui in divenire, e dunque fondano come ogni individuo un’ "unitaria diversità" faticosamente cercata, sofferta, pensata nello "sforzo di tenere insieme […] di unificare coerentemente appercezioni, sensazioni, in una data forma".
"Quando l’uomo perde la capacità di tenersi insieme la sua personalità inesorabilmente si sfalda" (Piovani, op. cit.).
È ciò che accade a Goljadkin in cui scatta la ricerca melanconica dell’io monco, dellio in lutto per la perdita di sé, dell’io che non fa che pensare a se stesso, pensare "ciò che da sempre vuole eseere pensato" e che si custodisce nella nostra essenza (Heidegger), nel tentativo di tenersi insieme, nella ricerca di una unità di senso per l’io sfaldato.
Se di me ti scorderai,
io non posso scordarmi di te;
Nella vita succede di tutto;
Nemmeno tu non scordar me.
È la quartina scritrta dal sosia per il sig. Goljadkin, durante il primo incontro che sembrava promettere un vero e proprio sodalizio trai due, quindi tra le due parti scisse dell’io. Vi è un appello alla memoria, unica facoltà dell’uomo che permetta un pensiero dell’essenza, che permetta di pensare e tener vivo "ciò che è più considerevole", che "da sempre vuole essere pensato" (Heidegger), ciò che fonda l’essenza dell’individuo, l’unità della persona.
Nell’ansimante salita e discesa delle scale altrui, reprimendo i battiti del cuore "che in lui aveva l’abitudine di palpitare su tutte le scale altrui" (p.183), c’è il tentative di recuperare i frammenti dell’io rubati dall’altro, persi lungo la discesa e la risalita delle scale altrui, abbandonati a casa del medico, dispersi nelle stanze festose da cui Goljadkin è stato allontanato ed escluso, definitivamente calpestati dall’invadenza di questa figura ambigua e rovinosa del sosia.
Un io così privatamente riversato sul suo destino, gli stati interni che gli appartengono e che passano miracolosamente attraverso la scrittura dell’autore, fondano un’individualità così irriducibile da impedire qualsiasi istantanea identificazione emotiva.
Il denigrarsi e consolarsi, l’accusarsi e il difendersi del personaggio, impedisce la partecipazione emotiva del lettore, che non ha il tempo di identificarsi né di compatire un individuo in divenire, che vive di vita propria, e non esita mai un sentimento definito, su un moto durevole dell’animo.
Dostoevskij afferma del suo personaggio che esso parla con se stesso, ricorda il fatto, lo chiarisce con se stesso.
Ciò fa del personaggio una vera e propria esistenza, con cui ciascuno di noi può solo interagire intellettivamente, ma che non ci lascia spazio per condividerne la sofferenza.
Il personaggio soffre da solo e si consola da solo sfuggendo alla nostra compassione. Il suo dolore emerge e si riassorbe nel veloce divenire dell’esistenza, della scrittura.